
Può capitare – non a voi ma a qualche vostro amico – che, con il passare degli anni, le canne abbiano un effetto molto diverso rispetto a quando si era più giovani. Quello che una volta era un viaggio euforico, ricco di risate e creatività, oggi è invece un incubo pieno di paranoie, ansie e brutti pensieri.
E parlandone con altri illustri rappresentanti del settore ci si accorge che si tratta di un cambiamento estremamente comune, anzi, quasi globale. Chi prima o chi dopo, a un certo punto si supera una linea oltre la quale l’effetto del THC cambia radicalmente. Ma perché succede? La spiegazione scientifica c’è, ed effettivamente ha un senso.
Ecco perché
Il THC, principio psicoattivo della cannabis, agisce principalmente sul sistema endocannabinoide, una rete di recettori (soprattutto CB1 e CB2) distribuiti nel cervello e nel resto del corpo. Questo sistema ha un ruolo fondamentale nella regolazione dell’umore, dell’appetito, della memoria e della risposta allo stress. Quando sei giovane, il sistema endocannabinoide è generalmente più elastico e tollerante. I recettori CB1 nel cervello rispondono in modo più “morbido” allo stimolo esterno, e il tuo organismo riesce a compensare meglio gli effetti collaterali.

Con il passare degli anni, però, la faccenda cambia. La densità e la sensibilità dei recettori CB1 tendono a diminuire, soprattutto in alcune aree del cervello legate alla regolazione emotiva, come l’amigdala e la corteccia prefrontale. Tradotto: il THC continua a legarsi ai recettori, ma il sistema che dovrebbe modulare l’esperienza è meno efficiente. Il risultato è un effetto più sbilanciato, meno euforico e più ansiogeno.
A questo si aggiunge un altro fattore poco romantico ma molto reale: la tua vita mentale. A vent’anni il cervello è proiettato in avanti, ha meno carico di responsabilità, meno stress cronico, meno pensieri ricorsivi. A una certa età, invece, il bagaglio emotivo è più pesante. Il THC non crea pensieri dal nulla, amplifica quelli che già ci sono. Se il tuo sistema nervoso è già in uno stato di allerta costante, l’effetto può facilmente virare verso la paranoia invece che verso il rilassamento.
C’è poi una questione metabolica. Il THC è liposolubile, si accumula nei tessuti grassi e viene rilasciato lentamente nel tempo. Con l’età cambiano la composizione corporea, il metabolismo epatico e la velocità con cui il corpo elimina le sostanze. Questo significa che lo stesso quantitativo può avere un effetto più intenso e meno prevedibile rispetto al passato. Non è che “sei diventato debole”, è che stai giocando con parametri diversi senza aggiornare le aspettative.
Infine, un aspetto spesso ignorato: la potenza della cannabis di oggi non è quella di quindici o vent’anni fa. Le concentrazioni di THC sono mediamente molto più alte, mentre altri cannabinoidi come il CBD, che ha un effetto modulatore e ansiolitico, sono spesso ridotti. Dal punto di vista della sostenibilità e del benessere, questa corsa alla massimizzazione dello sballo è l’equivalente agricolo della monocoltura intensiva: più resa immediata, meno equilibrio nel lungo periodo.
Accettare che “a una certa non lo reggi più” non è una sconfitta, è una forma di maturità fisiologica. Così come impariamo a mangiare in modo diverso, a dormire meglio e a rispettare i nostri ritmi, anche il rapporto con le sostanze cambia. La vera consapevolezza personale sta nel riconoscere che il corpo non è un oggetto da spingere sempre oltre, ma un sistema complesso che evolve. E a volte ti sta semplicemente dicendo che quella risata sul divano, oggi, la preferisce senza paranoie.