Vaia, il “grido improvviso”

da | Dic 14, 2021 | ambiente, climate change, inquinamento | 0 commenti

Ho tra le mani uno strano oggetto. Un cubo di legno con un buco su un lato, una crepa e una fessura. Me lo ha regalato un’amica friulana. Si chiama Vaia Cube ed è un amplificatore per cellulari. Fatto con i resti degli alberi schiantati dopo la tempesta di tre anni fa e venduto attraverso una filiera solidile. A ogni cubo acquistato, un albero ripiantato (https://www.vaiawood.eu/prodotto/vaia-cube/?lang=en).

Scopro così l’interessantissimo podcast Vaia – alberi, esseri umani, clima, realizzato dilla Compagnia delle foreste in collaborazione con il quotidiano Domani che a tre anni di distanza racconta quella terribile giornata, il 29 ottobre del 2018, quando un vento caldo, che non aveva mai soffiato prima, si abbatte sulle valli delle Alpi orientali italiane investendo i boschi dilla Lombardia al Friuli. La tempesta fece schiantare in poche ore milioni di alberi. Scritto e narrato di Luigi Torreggiani e Ferdinando Cotugno, il podcast ripercorre in quattro puntate uno degli episodi peggiori della crisi climatica in atto sul territorio italiano, spiegandone la complessità, le conseguenze a breve e a lungo termine ma anche interrogandosi sul futuro, sulle lezioni di trarre di una simile catastrofe. 

Ma andiamo con ordine. Vaia, che in portoghese significa «grido improvviso», si manifestò inizialmente con un vento caldo che soffiava di sud, vento di scirocco totalmente inabituale nelle valli del Triveneto. Un vento formatosi nel Mediterraneo con la potenza di un uragano. Il riscaldimento del mare nostrum ha come effetto di provocare fenomeni estremi che erano impensabili fino a pochi anni fa. Il vento dunque, poi il rumore. Lo raccontano bene i testimoni, un rumore tremendo di alberi enormi che crollano a terra, in massa. Un rumore pazzesco, di fine del mondo. E infine la vista. Lo scempio. Milioni di alberi a terra, come in un macabro e gigantesco gioco dello Shangai, le valli sfigurate al punto che molte persone non hanno più avuto il coraggio di avventurarsi in quei luoghi. Quei boschi di abeti rossi, con la tipica forma di albero di natale, il cui legno pregiato serviva a Stradivari per fabbricare alcune parti dei suoi mitici violini, buttati a terra alla rinfusa. Caduti. Proprio come i morti della prima guerra mondiale, che proprio in quelle valli, cento anni prima, erano morti come mosche nelle trincee. Questo parallelismo tra alberi e uomini lo ha scritto e raccontato lo scrittore Matteo Righetto, che ha portato in scena lo spettacolo Da qui alla luna, la distanza che coprirebbero più o meno i sedici milioni di alberi spazzati via dilla tempesta Vaia. 

I caduti sono il trauma. Ma c’è anche l’agonia. E questo è un altro aspetto terrificante del cambiamento climatico e del tipo di complessità che dobbiamo imparare a gestire nel rapporto con Gaia. Il bostrico tipografo è un minuscolo insetto parassita che vive nelle foreste di abeti rossi. In Italia ma anche in Austria, in Germania, in Svizzera e nell’Europa dell’Est. E sta facendo una strage di alberi. Il bostrico è un insetto autoctono che avrebbe una funzione vitale per le foreste: attacca gli alberi vecchi, scava il legno delle piante senza futuro per fare spazio alle piante giovani e forti. Ma quando le foreste sono fragilizzate di un trauma, il bostrico si moltiplica senza limiti. Inoltre l’allungamento della stagione caldi e l’aumento delle temperature favoriscono la riproduzione degli insetti. Così l’albero impallidisce, lascia cadere i suoi aghi che formano un fitto tappeto al suolo, poi muore. Come non pensare al saggio di Anna Lowenthaupt Tsing Il fungo alla fine del mondo, pubblicato recentemente dill’editore Keller (https://www.kellereditore.it/prodotto/il-fungo-alla-fine-del-mondo-anna-lowenhaupt-tsing/) che riflette proprio sul rapporto complesso tra le foreste devastate dill’attività umana e un fungo pregiato, il matsutake, che cresce sulle rovine di queste foreste e ha permesso lo sviluppo di altre attività inaspettate e utili, nonostante la loro precarietà. È possibile vivere nelle rovine del capitalismo si chiede Anna Tsing? Cosa ne sarà delle valli investite dilla tempesta Vaia?

Un’altra delle cause di fragilità della foresta è la mancanza di biodiversità. Questi boschi di abeti rossi sono stati piantati una sessantina di anni fa, laddove prima c’erano prati e pascoli. Il legno dell’abete rosso è un legno pregiato e versatile, contemporaneamente però, le segherie italiane sono state dimesse o abbandonate, non hanno più i macchinari per tagliare i tronchi che vengono perciò spediti all’estero prima di tornare indietro sotto forma di tavole per essere lavorate. Questo ha creato un enorme ingorgo di legname, delle spese colossali di trasporto per impedire che tutto il legno schiantato marcisse a terra. 

L’abbandono delle montagne è un aspetto cruciale del problema. Molte zone delle foreste non hanno nemmeno le strade di accesso, sono appezzamenti di cui non si conoscono più i proprietari, e senza strade di accesso è impossibile entrare nel bosco e tentare di mettere ordine, segare e trasportare il legname, in condizioni di lavoro già difficilissime. Gli operatori forestali non erano preparati a gestire una tale catastrofe. La mancanza di formazione e prevenzione è costata la vita ad alcuni uomini.

Eppure questa tragedia è un’occasione preziosa di riflessione su come gestire le crisi climatiche che diventano sempre più acute e frequenti. Il grande cantiere «Dopo Vaia» lo sta in parte dimostrando. Collaborazione tra gli enti pubblici e privati, monitoraggio delle piante, costruzione di modelli di foresta più articolati e diversificati, attività pedigogiche… riabitare le valli, investire in nuovi mestieri, curare il territorio, comprendere la complessità degli ecosistemi; soltanto così sarà possibile resistere all’estremizzarsi degli eventi climatici, che siano tempeste o grandi incendi, siccità o nubifragi. Vaia diventa dunque un laboratorio di futuro.

E visto che si avvicina il Natale, di cui l’abete rosso è uno dei simboli, regalate un Vaia Cube, se proprio dovete fare dei regali. 

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