Quanto ci costa rimandare la Plastic Tax

da | Lug 11, 2023 | greenwashing, inquinamento, news | 0 commenti

Averla, ma non applicarla: il fantasma della Plastic Tax ci è costato 1,2 miliardi di euro.

Lo dice il nuovo report di Greenpeace, I posticipi della Plastic Tax, che evidenzia come i continui rinvii dell’applicazione del provvedimento abbiano ripercussioni tanto sull’ambiente quanto sulle casse dello Stato.

Come funziona la Plastic Tax

Introdotta dalla Legge di Bilancio nel 2020, la Plastic Tax prevede un’imposta di 0,45 euro per chilogrammo di plastica da imballaggi. La tassa, decisa dopo un complesso iter parlamentare, nella proposta di legge iniziale sarebbe dovuta essere di un euro per chilogrammo.

La Plastic Tax è un’imposta sul consumo dei cosiddetti manufatti con singolo impiego (MACSI), quindi quei prodotti in plastica utilizzati per l’imballaggio dei prodotti alimentari e delle merci. La tassa ha l’obiettivo di disincentivare l’utilizzo della plastica monouso, destinata alla discarica subito dopo la distribuzione e l’acquisto.

La tassa è una risposta al pacchetto di misure volute dall’Europa proprio nel quadro della Direttiva SUP (Single Use Plastics) per la tutela degli ambienti marini attraverso una gestione consapevole e attenta della plastica, a partire dalla sua produzione. Introdotta a maggio 2019, la Direttiva prevedeva che, entro due anni (entro quindi il 2021), gli Stati membri attuassero misure per vietare l’utilizzo di alcuni prodotti monouso in plastica (posate, cannucce, piatti, bastoncini per le orecchie e così via).

Per la riduzione dell’inquinamento, l’OCSE – Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico -ritiene che l’introduzione di questa tassa non possa più essere rimandata, tanto che molti Paesi europei hanno già introdotto una Plastic Tax nazionale.

Quanto costano i rinvii della Plastic Tax

L’applicazione della Plastic tax ha subìto però continui rinvii: dal 2020, con l’emergenza legata alla pandemia, e poi successivamente con il Governo Conte 2 e il Governo Draghi. Ulteriore proroga anche col Governo Meloni, che l’ha rimandata a gennaio 2024. Salvo ulteriori rinvii, la Plastic Tax partirà con quattro anni di ritardo.

Una serie di proroghe costate care alle finanze dello Stato: il report di Greenpeace sottolinea che, con le attuali condizioni (0,45 euro per kg di plastica), la Plastic Tax avrebbe rimpinguato le casse per ben 1,2 miliardi, disincentivando al contempo l’utilizzo di questo materiale e riducendo l’inquinamento ad essa collegato.

Se poi le condizioni applicate fossero state quelle iniziali (1 euro per kg), il bilancio della mancata applicazione negli ultimi 4 anni sarebbe stato cinque volte più grave, ben 6 miliardi di euro sottratti alle casse statali.

Ma non solo. Con l’entrata in vigore della Plastic Tax europea, calcolata sul totale di imballaggi in plastica che le nazioni non possono riciclare (0,8 euro per chilogrammo), l’imposta nazionale sarebbe stata un ottimo cuscinetto, considerando che l’Italia, secondo le stime della Commissione UE, restituisce all’Europa circa 800 milioni di euro.

Perché si rinvia la Plastic Tax

Ma perché rinviare continuamente una tassa che potrebbe giovare alle finanze statali e all’ambiente ed essere in linea con uno sforzo collettivo sovranazionale? Le continue proroghe sono giustificate dalla crisi economica in atto, ma più probabilmente sono dovute alle pressioni dei settori industriali che si oppongono fermamente all’introduzione di una nuova tassa in un contesto già complicato dalla recessione.

Eppure, come sottolinea il report Greenpeace: «I parametri Istat indicano che in questi anni il settore degli imballaggi in plastica nel nostro Paese ha fatto registrare nel complesso risultati positivi, nonostante la crisi economica innescata dalla pandemia».

Dopo la Germania, l’industria italiana della plastica è seconda per domanda di polimeri (le materie prime da trasformare in prodotti).

Al momento, si contano 11mila imprese attive, che fatturano oltre 30 miliardi di euro e impiegano circa 110mila addetti. L’applicazione della Plastic Tax riguarderebbe una parte ridotta dell’industria, ovvero la plastica destinata al monouso (MACSI).

Seguendo i dati Istat, questa specifica fetta, nell’anno della pandemia, è cresciuta: se nel primo al 2020 erano attive 310 imprese con 13mila addetti, nel secondo circa 1.400 con oltre 31mila addetti. Un totale di 1.711 aziende e 44.883 occupati nei settori interessati dalla Plastic Tax: aziende che si sono tutt’altro che indebolite durante il lockdown.

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