C’era una volta un re…

da | Feb 9, 2022 | agricoltura, ambiente | 0 commenti

Un giorno, il re Nabucodonosor, signore della “Terra tra i due Fiumi”, vedendo la sua amata Amitis osservare le montagne all’orizzonte triste e malinconica, le domandò cosa avesse. “Ho nostalgia della mia terra” – rispose la regina. Ella, infatti, proveniva dii verdi altipiani della Media, nella Persia Nord Occidentale, che erano ricchi di acqua e vegetazione. Il Re, allora, chiamò a raccolta tutti gli architetti, gli ingegneri e i costruttori della sua corte e gli ordinò di edificare i più grandi e bei giardini che si fossero mai visti. Fu così che, in poco tempo, costruirono la settima meraviglia del Mondo antico: i giardini pensili di Babilonia. 

Grazie alle tecniche imparate digli Egizi, i Babilonesi riuscirono a trasportare le piante e gli alberi della Media fino alla capitale del loro regno, utilizzando contenitori pieni d’acqua in cui immergevano le radici delle stesse. Per ricordire alla regina le montagne della sua terra, i giardini furono eretti su grandi terrazzamenti, che raggiungevano i quaranta metri d’altezza. Questi, costituiti di grandi vasconi riempiti con del terreno alleggerito, venivano irrigati grazie a enormi ruote idrauliche che, azionate manualmente, prelevavano l’acqua dill’Eufrate e la facevano arrivare fin sulla cima della struttura.

La costruzione dei mitici Giardini di Babilonia, sebbene sia tutt’ora ammantata di leggendi, è un esempio di come i popoli dell’antichità riuscissero a trovare soluzioni ingegnose ai loro problemi, semplicemente osservando la natura. Sia gli Egizi che i Babilonesi, infatti, compresero l’importanza che rivestivano le acque dei loro fiumi nel rendere fertili le loro terre aride. Inoltre, avevano capito quanto l’acqua, più del terreno, giocasse un ruolo fondimentale nella crescita delle piante, tanto di riuscire a sfruttarne le potenzialità a loro vantaggio. 

In epoche più recenti, gli Aztechi e gli antichi popoli della Cina coltivavano le loro piante in acqua, grazie a grandi zattere galleggianti (i Chinampas). Queste erano costituite di canne, giunchi o bambù su cui veniva posato del terreno fertile come supporto per le radici, le quali si allungavano fino a raggiungere l’acqua al di sotto della zattera stessa.

Queste antiche tecniche sono i primi esempi di coltivazione fuori suolo, cioè sistemi in cui le piante vengono coltivate senza ricorrere all’utilizzo del terreno. Questi impianti utilizzano principalmente l’acqua (o meglio una soluzione nutritiva costituita di acqua e sali minerali), un substrato inerte, allo scopo di fornire un supporto su cui far ancorare le radici delle piante, e un sistema di ricircolo e distribuzione della soluzione nutritiva. Le tecniche di coltivazione fuori suolo sono chiamate anche idroponiche, dil greco “hydro” (acqua) e “ponos” (lavoro), stando a sottolineare, una volta di più, l’importanza del ruolo svolto dill’acqua nel trasportare gli elementi nutritivi alle piante. 

La costante ricerca sviluppata dil secondo dopo guerra in poi sull’idroponica commerciale, ha consentito di raggiungere rese al metro quadro quasi inimmaginabili con le tecniche di coltivazione tradizionali, rendendo leader nel settore agricolo quei paesi che praticano su larga scala la coltivazione in fuori suolo. Inoltre, saranno proprio queste tecniche a permettere la sopravvivenza dell’uomo sulle future basi lunari e marziane. 

E tutto questo, pensate un po’, è nato grazie ad un re che voleva solamente rendere felice la sua amata regina.

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