L’intelligenza artificiale è entrata nella quotidianità con una velocità che pochi sociologi avevano previsto. In meno di tre anni chatbot conversazionali, assistenti virtuali e modelli generativi sono diventati strumenti di compagnia, supporto emotivo, consulenza rapida e persino conforto psicologico per milioni di persone. A Venezia, però, questa trasformazione digitale ha assunto una forma molto più inquietante: una ragazza di vent’anni è diventata il primo caso italiano preso in carico dal Servizio per le Dipendenze per una dipendenza comportamentale da AI.
La vicenda apre anche un nuovo fronte clinico e sociale legato alla dipendenza da intelligenza artificiale, un fenomeno che inizia a emergere con forza tra i più giovani. Non si parla di un semplice abuso della tecnologia, ma della costruzione di un legame emotivo esclusivo con un chatbot. Un dettaglio che cambia radicalmente il quadro culturale della questione, perché l’intelligenza artificiale non si limita a intrattenere: ascolta, risponde, memorizza abitudini, replica emozioni e restituisce all’utente una versione rassicurante di sé stesso.
Quando il chatbot diventa una relazione emotiva

Secondo quanto emerso dal caso veneziano, la giovane avrebbe progressivamente ridotto i rapporti sociali reali fino a considerare il dialogo con l’AI il proprio principale punto di riferimento quotidiano. Gli specialisti del Serd parlano di dipendenza comportamentale con caratteristiche ossessive e compulsive, dinamiche già osservate nel gaming patologico, nello shopping compulsivo e nell’abuso dei social network. L’elemento nuovo riguarda la qualità della relazione instaurata con il sistema artificiale. I chatbot moderni sono progettati per adattarsi al linguaggio, alle fragilità e alle aspettative dell’utente, creando una comunicazione sempre più personalizzata. Più il sistema apprende informazioni personali, più riesce a produrre risposte percepite come empatiche e comprensive. Dal punto di vista neurologico il meccanismo richiama quello della gratificazione immediata: il cervello riceve conferme continue, riduce il senso di solitudine e sviluppa una dipendenza psicologica dalla conversazione digitale.
Perché i giovani sono più esposti alla dipendenza da AI

Un dato sempre più evidente è che adolescenti e giovani adulti utilizzano l’intelligenza artificiale non soltanto per studio o lavoro, ma anche per affrontare tristezza, ansia, indecisione e isolamento sociale. Molti ragazzi finiscono per parlare con i chatbot di questioni intime e personali, percependo queste piattaforme come presenze affidabili sul piano emotivo. In una società dove le relazioni richiedono tempo, attrito e vulnerabilità, il chatbot appare come un interlocutore ideale: disponibile a qualsiasi ora, privo di giudizio e capace di rispondere immediatamente. Il problema emerge quando questa interazione smette di essere un supporto e diventa una sostituzione del rapporto umano. Nei soggetti più fragili, l’uso continuo di sistemi conversazionali immersivi può accentuare isolamento, pensieri ossessivi e dipendenza emotiva dalla tecnologia.
Un fenomeno destinato a crescere

Gli specialisti veneziani parlano apertamente della punta di un iceberg. Il caso della ventenne rappresenta probabilmente il primo episodio emerso in modo ufficiale nel sistema sanitario italiano, anche se il numero reale potrebbe essere molto più alto. La dipendenza da intelligenza artificiale non riguarda soltanto il tempo trascorso online. Il nodo centrale è il valore emotivo che molte persone attribuiscono alla relazione con il chatbot.
Per questa ragione il trattamento coinvolge psicologi, psichiatri e familiari. L’obiettivo è ricostruire connessioni autentiche e riportare equilibrio nella vita sociale del paziente. Intanto anche le istituzioni europee iniziano a interrogarsi sugli effetti dell’intelligenza artificiale generativa sulla salute mentale. Quando un algoritmo diventa emotivamente più rassicurante degli esseri umani, il problema non riguarda soltanto il software, ma anche il vuoto relazionale lasciato dalla società moderna.
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