
Da gennaio 2026 fumare costerà di più: ancora una volta, infatti, è in aumento il prezzo delle sigarette. La nuova Legge di Bilancio porterà l’accisa fissa per mille sigarette da 29,50 € a 32 €. Un aumento che a molti sembrerà quasi impercettibile, qualche centesimo in più per pacchetto. Ma, sommato ai passaggi precedenti e alle strategie commerciali dei produttori, rischia di trasformarsi in un rincaro più ampio nel giro di pochi anni. Il tabacco trinciato e altri prodotti alternativi, poi, saranno colpiti da incrementi ancora più marcati.
Le motivazioni ufficiali parlano di tutela della salute pubblica e di un necessario disincentivo al fumo. Al tempo stesso, però, la misura viene presentata come un modo per sostenere la manovra economica, in un anno in cui ogni voce di bilancio diventa preziosa. È proprio da questa doppia narrazione che nasce la domanda centrale: lo Stato vuole davvero aiutarci a smettere o sta continuando a lucrare su una dipendenza che coinvolge milioni di italiani?
Il paradosso delle tasse “educative”

Chiunque abbia fumato sa che il prezzo non è mai stato un deterrente decisivo. Quando una dipendenza è radicata, non ragiona come un comportamento razionale: funziona più come un automatismo. L’aumento del costo, quindi, non sempre spinge a smettere; più spesso si traduce semplicemente in una spesa maggiore, accettata con fastidio ma senza reale cambiamento.
In teoria, le cosiddette sin tax dovrebbero scoraggiare i comportamenti nocivi. Ma in Italia si verifica un cortocircuito: crescono le tasse, non cresce l’assistenza. Non si vedono campagne capillari, né investimenti significativi nei centri antifumo, né percorsi pubblici gratuiti per chi vuole smettere. È un sistema in cui il prezzo sale, ma l’aiuto resta sempre sullo sfondo. Il messaggio è contraddittorio: il vizio fa male, ma finché lo mantieni, vale la pena tassarlo.
Chi paga davvero il prezzo del prezzo
L’aumento del prezzo delle sigarette non colpisce tutti allo stesso modo. Chi fuma occasionalmente se ne accorgerà a malapena. Chi ha redditi alti lo percepirà come una lieve scocciatura. A soffrirne davvero saranno soprattutto le persone che fumano da anni, spesso senza riuscire a smettere, e quelle che vivono già in condizioni di fragilità economica, in un contesto segnato da inflazione e rincari generalizzati.
Per molti, il pacchetto quotidiano diventa una cifra che pesa sul bilancio di fine mese. Il consumo resta, la spesa aumenta. E la dipendenza, lungi dall’essere scalfita, si trasforma in un fiume di entrate garantite per lo Stato. È questo il vero punto di frizione: se una misura fiscale colpisce più i vulnerabili che i forti, può ancora dirsi una politica di salute pubblica?
Un finale aperto
Non si tratta di difendere il vizio né di negare ciò che sappiamo da decenni: il tabacco è una delle principali cause di morte evitabile. La questione non è morale ma politica. Se l’obiettivo è la salute pubblica, servono misure concrete, capillari, accessibili. Se l’obiettivo è fare cassa, almeno smettiamo di mascherarlo da atto di tutela.
Sarebbe il caso di chiederci, una volta per tutte, se in questa relazione asimmetrica siamo noi a essere dipendenti dal tabacco o se, in un certo senso, è lo Stato a essere dipendente da noi. E dai nostri vizi.