Ero in Piemonte quest’estate, come tutte le estati, ma mai ho avuto così caldo, mai ho visto i torrenti così secchi, i prati così gialli, gli alberi così stanchi, le foglie così appassite, i fiori così piccoli. Mai così caldo, mai così secco. Mai così caldo per così tanti giorni e mesi di seguito. La prova vissuta sulla pelle del drammatico cambiamento che il Pianeta sta attraversando, dell’irreversibilità di certi fenomeni.

«Se un fiume si svuota – ha chiesto mia nipote di cinque anni – come si fa a riempirlo di nuovo?»

Non si fa. È questa consapevolezza a creare quella che viene definita eco-ansia, un sentimento sempre più diffuso soprattutto tra le giovani generazioni.

Il termine “eco-ansia” (eco come contrazione di ecologia) è stato utilizzato per la prima volta nel 1997 dalla ricercatrice belga-canadese Véronique Lapaige per indicare un sentimento di preoccupazione, inquietudine, ansia vissute da alcune persone in relazione all’attuale situazione di sconvolgimento climatico e alle minacce che pesano sull’ambiente e su tutte le creature viventi. È principalmente un’ansia anticipatoria, una sorta di stress pre-traumatico, che la rende molto insidiosa perché legata all’imprevedibilità. Si tratta perciò di uno stato di angoscia, non di una patologia, che presenta tuttavia dei sintomi ricorrenti: ansia, sentimento di impotenza, pessimismo che possono portare a depressione, catastrofismo, insonnia, ritiro sociale.

L’eco-ansia può essere accompagnata dalla solastalgia, termine coniato nel 2003 da Glenn Albrecht, un ricercatore australiano, combinando il termine latino solacium (sollievo, conforto, consolazione) e il suffisso greco algia (dolore). Secondo Albrecht la “solastalgia” sarebbe il dolore causato dal non riconoscere il proprio luogo di vita (home) perché distrutto, minacciato o rovinato dal cambiamento climatico e la nostalgia che ne deriva. Un sentimento di alienazione e di isolamento per la perdita di riferimenti nei territori di appartenenza.

Ho avuto vari episodi di “solastalgia” quest’estate e credo che tutte e tutti abbiamo sperimentato questo sentimento almeno una volta negli ultimi mesi: per gli ettari di foresta che brucia, per i ghiacciai che scompaiono, i fiumi che si seccano, i mari che si svuotano, e il cielo bianco di afa e particolarmente silenzioso. Lo sappiamo ormai, anche se non tutti con lo stesso grado di consapevolezza, che il Pianeta sta morendo e noi siamo i responsabili di questa catastrofe.

Ora, questa eco-ansia non va né banalizzata né patologizzata: se partiamo dall’idea che si tratta di una reazione a una minaccia reale, è piuttosto sana; come la paura, può paralizzarci oppure provocare una risposta protettiva ed evolutiva. L’eco-ansia potrebbe perciò trasformarsi in un potente motore d’azione. Ma come?

Per prima cosa è importante distogliere ogni tanto l’attenzione dalle notizie catastrofiche che ci invadono ogni giorno. Allontanarci dagli schermi e immergerci nella natura, ammirandone la bellezza che ancora ci circonda. Un cielo stellato, un tramonto, un cespuglio di more, un frutto maturo, un minuscolo fiore sul bordo di un marciapiede, un frinire di cicale, il vento nei capelli, una fila di formiche, il profumo di una pineta…

Prenderci cura di uno spazio, per quanto piccolo sia, e far crescere qualcosa (in un vaso, su un balcone, in un’aiuola cittadina, in un orto…). Partecipare ad attività ecologiche come pulire una strada, una spiaggia, un bosco; esistono moltissime associazioni che propongono attività di ogni genere (vedi l’intervista a Olivier Turquet di Exctintion Rebellion).

Perché un altro aspetto fondamentale è quello di condividere queste preoccupazioni e di combinare l’azione individuale con l’azione collettiva. Soltanto così possiamo uscire dallo stallo e avere un peso politico in grado di influire sull’azione di governi e aziende. Tutte e tutti siamo in grado di fare la differenza, perseguendo degli obbiettivi raggiungibili.  La storia non è stata ancora scritta. Accogliamo allora quest’eco-ansia, soffriamo di questa solastalgia e diamoci una mossa.

Proprio in queste ore, mentre scrivo l’articolo, vedo le immagini delle alluvioni nelle Marche. Alcune persone hanno perso la vita, trascinate via da fiumi di fango. Un bambino è stato strappato dalle braccia della madre. Alcuni quartieri di piccole città sono stati spazzati via. Non esistono più. Un senso di angoscia mi prende, anche per aver immaginato questo mentre scrivevo il romanzo Dopo la pioggia e tutto è diventato maledettamente e dolorosamente vero. Non so fin dove bisogna arrivare per capire che non c’è più tempo. I fenomeni estremi saranno sempre più frequenti e i territori non sono attrezzati per queste emergenze. Facciamo sentire la nostra voce, piena di dolore e di rabbia.

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