Highest use: come utilizzare le risorse in permacultura

da | Dic 8, 2023 | agricoltura, ambiente | 0 commenti

La progettazione in permacultura si avvale di vari metodi. Alcuni mutuati da discipline come l’architettura, l’ingegneria e le scienze sociali; altri specifici, basati sul concetto di instaurare relazioni vantaggiose tra gli elementi del sistema che si vuole progettare e realizzare.

Gli anglosassoni chiamano Highest use uno di questi metodi, che stabilisce connessioni nel tempo.

Quali risorse?

Se pensiamo agli effetti prodotti dall’uso sulle risorse, le possiamo suddividere in cinque categorie:

1) quelle che aumentano con l’uso;

2) quelle che si perdono se non utilizzate;

3) quelle che non sono influenzate dall’uso;

4) quelle che vengono distrutte dall’uso;

5) quelle che inquinano o degradano altri sistemi quando vengono utilizzate.

Questa classificazione è una scala che mostra l’ordine discendente in cui sarebbe opportuno scegliere e usare le risorse, privilegiando il più possibile le prime tre categorie ed evitando le ultime due. Così, almeno, nell’ottica della permacultura (cultura permanente), che però è molto diversa da quella della nostra attuale società.

Qualche esempio

La cultura estrattivo-industriale, in effetti, sfrutta principalmente risorse della quinta categoria (come combustibili fossili e sostanze chimiche dannose) e della quarta (la maggior parte delle materie prime).

Una risorsa, inoltre, può cambiare categoria a seconda del modo in cui viene impiegata. È il caso del suolo, che può essere migliorato e rigenerato attraverso opportune tecniche colturali, ma anche degradato (finendo in quarta categoria) e addirittura irrimediabilmente contaminato (quinta categoria) dai metodi e dai veleni impiegati nell’agricoltura industriale.

Guardando ai primi posti della graduatoria, il sole, il vento e l’acqua – se utilizzati per generare energia a piccola scala e in determinate condizioni – possono rientrare nella terza categoria, così come certi tipi di informazioni.

Gli alimenti deperibili, i muscoli, alcune abilità, lingue e conoscenze sono invece esempi di risorse che si perdono se non utilizzate (seconda categoria).

E nella prima categoria, quali risorse troviamo?

L’uso può stimolare lo sviluppo di molti sistemi complessi, in grado di adattarsi ed evolvere. Pensiamo ai semi, a piante come i salici che reagiscono vigorosamente alle potature, ad alcune erbe dei prati che si infittiscono quanto più vengono tagliate o brucate. Si tratta spesso di sistemi viventi, ma non necessariamente, come nel caso di linguaggi, culture e informazioni.    

Utilizzi in successione

Questa scala si basa sull’Highest use. Metodo che può anche servire a stabilire una sequenza temporale degli usi di un certo elemento – nell’ambito di un sistema – così da poterlo utilizzare in diversi modi.

L’acqua, ad esempio, anziché essere usata una sola volta e poi scaricata, potrebbe dapprima essere sfruttata per scopi che non la inquinino, come la produzione di energia, poi per lavare e infine per la fertirrigazione.

In passato, quella degli utilizzi successivi di un oggetto era una regola di buon senso comunemente adottata. I vestiti nuovi servivano solo per le grandi occasioni. Dopo molti usi – quando iniziavano a mostrare segni di logorio – diventavano abiti da lavoro. Con l’aumento dell’usura, le loro parti non danneggiate venivano riutilizzate per confezionare altri indumenti e oggetti patchwork. Solo alla fine di una lunga vita si trasformavano in stracci per pulizie (che – tra l’altro – potrebbero ancora avere usi successivi, ad esempio per la pacciamatura).

Oggi questo esempio potrebbe fare sorridere, dato che la gente è disposta a spendere soldi integri per comprare pantaloni strappati, in nome di una discutibile moda.

Se l’approccio dell’Highest use può sembrare un’ovvietà a una persona di buonsenso, domandiamoci perché venga così spesso disatteso.

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