La Procura di Padova contro le madri non biologiche: parte la petizione internazionale

da | Nov 13, 2023 | politica | 0 commenti

È di quest’estate la notizia che la Procura di Padova ha impugnato 33 atti dall’anagrafe registrati dal Sindaco Sergio Giordani negli ultimi sei anni per rimuovere ai bambini il cognome della madre non biologica.

L’obiettivo della procuratrice Valeria Sanzari è quello di togliere ai 33 bambini di coppie omosessuali il cognome del genitore non biologico, ritenendo la pratica contro la legge, nonostante la volontà e l’operato del Sindaco di Padova.

Notizia che è uscita dai nostri confini e che ha smosso la solidarietà collettiva, facendo partire una petizione a livello internazionale per andare contro l’operato della Procura. Trovate la petizione su Change.org.

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Gli sviluppi

Sono stati 33 gli atti impugnati e notificati quest’estate e siamo giunti a un primo momento chiave che ci racconterà qualcosa in più sul futuro di questi bambini, simbolo di un dibattito molto caldo a livello nazionale.

L’11 novembre infatti ha avuto luogo la prima udienza al Tribunale Civile. Non appena sarà nota la notizia scopriremo se avrà supportato l’operato del Sindaco Sergio Giordani o accolto il ricorso della procuratrice Valeria Sanzari.

Protagonista una coppia di mamme quarantenni sposatasi in Spagna, entrambe madri biologiche del rispettivo figlio, che stanno crescendo i propri bambini come fratellini. Per consolidare la propria famiglia avevano registrato i figli con entrambi i cognomi, richiesta che ora potrebbe essere sottratta.

Secondo la Procura di Padova infatti, la giovane età dei due bambini (entrambi di pochi mesi) permetterà di non avere ripercussioni dal punto di vista psicologico e sociale sui bambini stessi, motivo per il quale viene ritenuto corretto portare avanti la richiesta.

Diversa la visione del Sindaco di Padova, che dal 2017 registra gli atti di nascita dei bambini figli di due mamme, ritenendolo un atto di responsabilità verso i piccoli, per evitare che vengano discriminati sin dai primi giorni di vita. 

La petizione

Una notizia che ha fatto il giro del mondo dato che sembra essere un’inutile presa di posizione estremamente conservatrice mirata a minare i diritti della comunità LGBT+, e che non ha lasciato le persone indifferenti. È nata infatti una petizione dedicata proprio ai 33 casi di Padova sia a livello internazionale che nazionale, di cui riportiamo il testo integrale.

La Procuratrice di Padova facente funzioni, Valeria Sanzari, in merito all’iniziativa di impugnare 33 atti dell’anagrafe registrati a Padova dal 2017 a oggi, nei quali il Comune ha riconosciuto ai bambini di coppie omogenitoriali anche il nome del “secondo genitore”, ha dichiarato: «Io sono tenuta a far rispettare la legge e con l’attuale normativa non posso fare altro». L’associazione M’aMa-Dalla Parte dei Bambini, ente di promozione sociale degli interessi dei minori, attraverso il progetto a sostegno della mono e omogenitorialità affidataria, si fa portavoce dell’istanza di ciascun nato al rispetto del principio normativo secondo cui «tutti i figli hanno lo stesso stato giuridico» e sottoscrive la presente lettera di solidarietà a quanti sono privati del proprio stato di figlio in ragione delle scelte sessuali e procreative dei genitori, biologici o d’intenzione.

La condizione giuridica di figlio, nell’ordinamento italiano, è tutelata in ogni ordine di rapporti come valore autonomo e indipendente dal vincolo eventualmente esistente tra i genitori e nessun figlio può essere penalizzato per le condizioni di nascita.

Non è interesse dell’associazione M’aMa assumere una posizione politica ma è un dovere civico schierarsi dalla parte dei minori che si vedono privati del proprio status filiationis, naturale conseguenza della responsabilità per la procreazione da parte della coppia genitoriale, sia essa biologica o medicalmente assistita.

Con il bambino nasce il suo diritto fondamentale al riconoscimento del rapporto di filiazione con entrambi i soggetti che hanno condiviso la decisione di farlo venire al mondo, senza che vi osti la modalità procreativa. 

Negare una veste giuridica alla responsabilità genitoriale voluta e condivisa non si limiterebbe a incidere sulla condizione del genitore d’intenzione, che ha scelto un metodo di procreazione che l’ordinamento italiano disapprova, ma finirebbe con il pregiudicare il bambino stesso, il cui diritto al rispetto della vita privata si troverebbe significativamente leso. 

La Corte Costituzionale ha sollecitato il legislatore ad intervenire per definire le modalità di riconoscimento del genitore d’intenzione e le Sezioni Unite della Cassazione hanno invitato a tenere conto del fatto che ad essere riconosciuto efficace sarebbe non certo il percorso procreativo medicale ma “l’atto di assunzione di responsabilità genitoriale da parte del soggetto che ha deciso di essere coinvolto, prestando il suo consenso, nella decisione del partner di ricorrere alla tecnica di procreazione medicalmente assistita”.

Non è in discussione un preteso diritto alla genitorialità, ma l’interesse del minore a che sia affermata la titolarità giuridica di quel fascio di doveri che l’ordinamento considera inscindibilmente legati all’esercizio della responsabilità genitoriale: doveri che si traducono nel riconoscimento al figlio dei sui diritti all’identità e al godimento pieno della vita familiare, traduzione del superiore interesse del minore e ad instaurare il legame di filiazione anche con il genitore non biologico di una coppia omoaffettiva. 

Anche la Corte Costituzionale ha ritenuto di non poter intervenire direttamente in una materia che richiede necessariamente una valutazione discrezionale del legislatore; non è quindi chiaro quale sia l’attualità che imponga di “far rispettare la legge” privando la persona del proprio stato di filiazione per sanzionare i genitori, tanto più nei casi alle cronache non sembrerebbe esservi con certezza ricorso a pratiche di surrogazione.

Non sfugge che, quand’anche l’intervento della Procura sia volto ad evitare la legittimazione di pratiche procreative considerate reato, non si può ritenere corretto colpire lo status filiationis che è diritto del figlio e non già diritto ad essere genitori.

La nota sentenza 38162/2022 delle Sezioni Unite Civili della Cassazione, non oggetto di analisi critica in questa sede, comunque ci ricorda che “la filiazione è la base dell’identità stessa del minore e non ha nulla a che fare con l’orientamento sessuale della coppia” in quanto l’orientamento sessuale “non incide sull’idoneità dell’individuo all’assunzione della responsabilità genitoriale” (Cass., Sez. I, 2 giugno 2016, n. 12962; Corte cost., sentenza n. 230 del 2020). 

L’omosessualità non è una condizione in sé ostativa all’assunzione e allo svolgimento dei compiti genitoriali e l’orientamento sessuale non può avere alcuna incidenza sulle decisioni in merito all’affidamento dei figli (Cass., Sez. I, 11 gennaio 2013, n. 601) o sulla valutazione dell’idoneità affettiva e della capacità educativa di chi abbia presentato domanda di adozione del figlio del proprio o della propria partner (Cass., Sez. I, 22 giugno 2016, n. 12962, cit.).

È anche ormai acquisito che non contrasta con l’ordine pubblico internazionale un provvedimento giurisdizionale straniero che dichiari l’adozione piena di un minore da parte di una coppia formata da due uomini (Cass., Sez. Un., 31 marzo 2021, n. 9006, cit.). 

E sempre la Cassazione ha ammesso il riconoscimento e la trascrizione, nel registro dello stato civile in Italia, di un atto straniero, validamente formato, nel quale risulti la nascita di un figlio da due donne a seguito di procedura assimilabile alla fecondazione eterologa, per aver la prima donato l’ovulo e la seconda condotto a termine la gravidanza con utilizzo di un gamete maschile di un terzo ignoto (Cass., Sez. I, 30 settembre 2016, n. 19599). 

Ed è sempre la Corte di Cassazione, anche se poi arriva ad una soluzione che agli occhi di chi scrive appare non del tutto condivisibile, che ci ricorda che la Corte EDU ha ritenuto sussistente la violazione del diritto alla vita privata, tutelato dall’art. 8 CEDU, da parte dello Stato svizzero nei confronti di un minore per averlo lasciato, per sette anni ed otto mesi, a causa dell’assenza di previsioni specifiche nella legislazione svizzera, privo della possibilità di ottenere il riconoscimento del rapporto di filiazione con il proprio genitore d’intenzione, ponendolo in una condizione di incertezza giuridica relativa alla sua identità sociale, incompatibile con i principi già affermati dalla Corte e con il principio del best interest of the child

AFFIDIamoci.it con Karin Falconi prima firmataria, con gli Avvocati Micol Colangelo, Giovanni Colangelo e Donato Lettieri della presente lettera di solidarietà, si esprime a favore di una reale tutela del diritto al riconoscimento dello status di figlio che non sia subordinato alla valutazione dell’orientamento sessuale della coppia genitoriale né alla tecnica procreativa che ne ha permesso la nascita.

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