
Impariamo a scrivere il nostro nome nei primissimi anni di vita, tra l’asilo e il primo anno di elementari. Ci identifichiamo in quel nome ancora prima, quando i nostri genitori ci chiamano e ci fanno capire che a un determinato agglomerato di suoni corrisponde la nostra presenza nel mondo. A ogni bambino corrisponde un nome. Un’equazione semplice, almeno finché non vivi sotto le bombe. Magari tua madre non c’è più, magari neanche tuo padre. E semplicemente nessuno ti chiama più per nome. Se poi sotto quelle bombe ci finisci anche tu, anche il tuo nome viene cancellato.
Scrivere a mano un nome richiede tempo. Significa leggerlo, soffermarsi sui caratteri, prendere la penna e riportarlo su un foglio bianco. Ogni nome richiede tempo e attenzione. Un gesto semplice che diventa rapidamente enorme quando i nomi non sono decine o centinaia, ma migliaia. Un quindicenne di Bologna, di nome Giacomo (la sua storia è stata raccontata da “la Repubblica”), ha deciso di fare un esercizio per conto suo. Non un progetto istituzionale, non un’iniziativa organizzata: una scelta personale. Parte da un elenco pubblico che raccoglie i nomi di 18.457 bambini palestinesi uccisi a Gaza dalla fine del 2023 e li ricopia a mano, uno per uno. Il punto non tanto è completare l’elenco, ma il processo stesso della copia: un modo per dare forma a qualcosa che di base resta astratto e per trasformare dei numeri in identità.
Una strage di bambini
I numeri sono noti e aggiornati con continuità da organizzazioni internazionali e fonti sanitarie. Secondo Save the Children, i bambini palestinesi uccisi a Gaza dal 7 ottobre 2023 hanno superato quota 20.000. Nello stesso periodo si contano oltre 42.000 minori feriti e almeno 21.000 rimasti invalidi a vita, secondo dati riportati anche da organismi delle Nazioni Unite.
Le cifre, prese singolarmente, sono già difficili da collocare. Letto nel tempo, il dato diventa ancora più netto: nei primi 23 mesi di guerra, più di un bambino ucciso ogni ora. Una frequenza che rende quasi impossibile attribuire un volto, una storia, un contesto a ciascuna vittima.
Anche la distribuzione per età restituisce una dimensione precisa: circa un migliaio di bambini sotto l’anno di vita; oltre quattromila tra uno e cinque anni; più di seimila tra i sei e i dodici. E oltre cinquemila adolescenti tra i tredici e i diciassette anni.
A questo si aggiunge un numero imprecisato di bambini dispersi o sepolti sotto le macerie, in un territorio dove intere aree abitative e strutture sanitarie sono state distrutte. Le organizzazioni umanitarie parlano di una crisi senza precedenti per l’infanzia, segnata non solo dalle morti, ma da fame, sfollamento e assenza di cure.
Tutto questo è disponibile, documentato, accessibile. Eppure resta difficile da percepire nella sua interezza.
Non solo l’iniziativa di Giacomo
Negli ultimi mesi, sono partite tante iniziative con un fine ben preciso: leggere i nomi. Farlo ad alta voce, uno dopo l’altro, senza abbreviazioni.
A Monte Sole, nell’area di Bologna, con l’iniziativa promossa dal cardinale Matteo Maria Zuppi sono stati letti i nomi di circa 12.000 bambini morti in Israele e a Gaza dal 7 ottobre 2023. A Modena, in quattro piazze del centro, sono state coinvolte migliaia di persone e letti tutti i 18.457 nomi uno per uno. Nessuna sintesi. A Milano, al Mausoleo della Resistenza, la lettura è andata avanti per circa 17 ore consecutive. A Senago per quattro ore e mezza. A Parma per un’intera giornata in piazza Garibaldi. In tutti i casi il meccanismo è identico: prendere un elenco e trasformarlo in tempo condiviso.
Perché proprio i nomi
Perché un numero, per quanto preciso, resta comunque un qualcosa di astratto. Può crescere, aggiornarsi, diventare più drammatico, ma rimane un dato freddo. Un elenco di nomi funziona in modo diverso: costringe a fermarsi, impedisce la sintesi.
Il gesto di Giacomo si colloca esattamente qui. Non c’è un pubblico, non c’è una piazza. C’è solo un quaderno e un elenco da attraversare lentamente. Il risultato finale conta meno del tempo impiegato per arrivarci.
Il fatto è che le informazioni non mancano: i dati vengono aggiornati, le organizzazioni internazionali pubblicano rapporti, le ONG parlano apertamente di una crisi senza precedenti per l’infanzia. Eppure la presenza di questi contenuti nello spazio pubblico resta discontinua. I bambini quasi scompaiono all’interno delle cifre complessive. Ecco allora perché un nome è così importante. Un nome identifica. Senza nome non c’è memoria e senza memoria non c’è giustizia.