Food forest: ecco come si realizza la foresta che produce cibo

da | Set 12, 2023 | agricoltura, ambiente | 1 commento

Si sente sempre più parlare di food forest (foresta alimentare, bosco commestibile) e di forest garden (giardino-foresta).

A parte le dimensioni, assai variabili, la sostanza non cambia: si tratta di un sistema produttivo artificiale che si ispira a un ecosistema forestale naturale.

Casa e supermercato

Provate a immaginare quanta vita ospiti e nutra una foresta. È casa e supermercato per una quantità e varietà sbalorditiva di esseri viventi, a cui offre naturalmente riparo e cibo.

La foresta – lasciata indisturbata – è un sistema autosufficiente e duraturo. Non sa che farsene dell’intervento umano, anzi! Non le servono giardinieri, coltivatori, fertilizzanti, pesticidi e macchinari agricoli per produrre abbondanza. Sono gli stessi organismi che la costituiscono – interconnessi in una fitta e complessa rete di relazioni – a svolgere tutte le funzioni necessarie per soddisfare tutti i bisogni.

Fu proprio dall’osservazione di questo miracolo che trasse origine la permacultura: dall’idea di imitarlo per creare un sistema agricolo naturale, in grado di badare a sé stesso e auto-perpetuarsi.

La food forest è un’applicazione pratica di questo concetto, emblematica dell’approccio permaculturale.

Non solo cibo

Una food forest viene progettata scegliendo piante perenni utili e non solo decorative: commestibili, aromatiche, officinali, per produrre legname, per arricchire il suolo, per attrarre insetti impollinatori…

Multifunzionalità, biodiversità e interconnessioni sono i concetti-chiave su cui deve basarsi una buona progettazione, dalla quale conseguirà una limitata necessità di manutenzione. Come una vera foresta, una food forest ben progettata diventerà autosufficiente e durerà nel tempo: non dovrà essere riseminata e coltivata ogni anno, come generalmente avviene nell’orto di casa e nelle colture agricole.

Un condominio di sette (tredici) piani

La food forest si sviluppa in altezza su più livelli, tipicamente sette: comprende alberi, arbusti ed erbe di varia grandezza, funghi, liane rampicanti, e – nello strato sotterraneo – anche tuberi, bulbi e rizomi. Se poi vengono introdotte raccolte d’acqua, i livelli possono arrivare fino a tredici.

E poiché intende riprodurre un ecosistema, non possono mancare gli animali, ovviamente in relazione benefica con le piante.

Quali sono le piante adatte a una food forest

La scelta delle piante da inserire nella food forest varia molto in base alle condizioni ambientali in cui verrà realizzata. Un Paese come l’Italia, ad esempio, presenta diverse condizioni climatiche, di umidità, luminosità e temperatura in base alle varie latitudini e la presenza di montagne, laghi e altri corsi d’acqua. Per ricreare un sistema complesso e variegato come quelli presenti in natura, il consiglio è quello di osservare i boschi naturali presenti nella zona interessata e studiarne le caratteristiche.

Partendo da questi presupposti, si possono scegliere le piante più adatte a popolare la nostra foresta commestibile.

Per sostituire le piante di grandi dimensioni tipiche del bosco, si possono piantare alberi da frutto come peri, ciliegi, castagni e meli. Susini, agrumi, fichi, albicocchi e melograni possono invece essere considerate piante medie che, avendo uno sviluppo contenuto, non diventeranno mai eccessivamente grandi.

Nella food forest poi trovano spazio anche piante cespugliose – con fusto legnoso ma dimensione ridotta – quindi piante aromatiche come rosmarino, salvia, lavanda e altre specie come lamponi, ribes, mirtilli, more. Ma anche essenze a foglia (l’erba cipollina, il tarassaco, la melissa, la malva) e le specie tappezzanti, come fragole, timo, menta. Tra le radici, le carote selvatiche, la valeriana, il rafano, l’aglio selvatico, il topinambur, mentre tra le rampicanti, il luppolo, la vite e il kiwi.

Infine, possono essere coltivati anche i funghi, da mantenere sui tronchi degli alberi, nelle zone più ombrose e fresche.

Un sistema resiliente

Una volta impiantata, la food forest richiede poco lavoro e poche cure: resiste alla siccità, alle inondazioni, agli attacchi di parassiti, agli agenti erosivi. E mantiene la fertilità del suolo grazie alla pacciamatura naturale creata dalla caduta delle foglie, alla presenza di piante azoto-fissatrici e di altre che – dotate di lunghe radici a fittone – assorbono nutrienti in profondità e li rendono disponibili in superficie, per altre specie.

È dunque un sistema resiliente, ad alta produttività, che al tempo stesso offre un ambiente piacevole per il relax, il gioco e l’educazione, oltre a una varietà di habitat per la fauna selvatica.

E non è nemmeno un’invenzione moderna, ma presenta analogie con le pratiche colturali tradizionali di molte aree tropicali africane, asiatiche e sudamericane.

I libri per approfondire

Tra i testi sull’argomento in lingua inglese è doveroso citare i classici Forest gardening di Robert Hart, How to make a forest garden di Patrick Whitefield ed Edible forest garden di David Jacke e Eric Toensmeier (esauriente trattato con taglio scientifico, in due volumi).

In italiano è stato recentemente tradotto e pubblicato da Arianna Editrice Food forest gardening, di Tomas Remiarz, mentre Food forest, di Saviana Parodi Delfino (ed. Terra Nuova) si focalizza sull’adattamento al clima mediterraneo.

Un esempio per trarre ispirazione

Le esperienze si stanno moltiplicando, anche nel nostro Paese. Tra quelle che ho potuto conoscere, voglio ricordarne in particolare una, per il suo valore storico: la food forest impiantata ben trentacinque anni fa da Onorio Belussi, su un’area di circa 3000 mq ad Adro (BS).

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