Orto e permacultura

da | Dic 9, 2021 | agricoltura, ambiente | 0 commenti

Fuggire in campagna o reinventare la città?

Chissà quante persone – recluse durante il lockdown – avranno accarezzato l’idea di vivere in mezzo alla natura e autoprodursi il cibo! È un sogno che oggi sembra accomunare molti. 

Un permacultore come Toby Hemenway, tuttavia, nel libro The permaculture city, ricordava come la sua esperienza di ritorno alla terra e ricerca dell’autosufficienza – benché appagante – avesse significato solitudine e lavoro estremamente duro e monotono. Una condizione (vissuta insieme alla moglie) raccontata così: 

“Ci eravamo resi conto di dipendere dall’automobile per andare ovunque, di bruciare tonnellate di carburante e altre risorse per sostenere il nostro stile di vita “sostenibile”, e di sentirci soli. Vivevamo in mezzo alla natura selvaggia, ma il nostro lungo cordone ombelicale con la civilizzazione richiedeva un sacco di metallo, plastica, roccia, combustibile. Così ci trasferimmo a Portland e constatammo con stupore quanto si fosse ridimensionato il nostro consumo di risorse. Potevamo ancora coltivare una grande quantità di cibo in un giardino di 1800 mq, ma non dovevano guidare a lungo per avere una vita sociale e culturale. Ciò ci riportò in sintonia con un principio fondamentale della permacultura: poni le cose che usi di più vicino a dove trascorri più tempo.”[1]

La città permaculturale di cui parla Hemenway è però ancora tutta di inventare. Perché le attuali aree urbane, dove si concentra più di metà della popolazione mondiale, sono tutt’altro che sostenibili. Non solo le zone centrali fittamente edificate, ma anche le enormi aree residenziali periurbane a bassa densità abitativa: la cosiddetta Suburbia

Come sottolinea ironicamente il co-fonditore della permacultura Bill Mollison, per mantenere verdi i tappeti erbosi intorno alle case degli Stati Uniti, si consumano più risorse e più pesticidi di qualunque altra attività agricola del mondo. Con la stessa quantità di lavoro, carburanti ed energia – e con un po’ di responsabilità sociale in più – si potrebbe produrre cibo per interi continenti, o rimboschire l’intera America! “Una famiglia con due auto, un cane e un prato consuma più risorse ed energia di un villaggio africano di 2000 abitanti.”[2]

A partire dalla metà del secolo scorso, Suburbia è diventata uno standard insediativo e culturale, che dai Paesi anglosassoni si è esteso al resto del mondo. Lo sviluppo suburbano è stato però accompagnato anche da critiche: i fautori del cosiddetto Nuovo urbanesimo lo considerano un modello inefficiente di uso del suolo, dell’acqua, delle infrastrutture e dell’energia, di abbandonare a favore di una compattazione delle città.

Ma se arrestare l’espansione incontrollata delle metropoli (chiamata urban sprawl) è un imperativo, che si può fare dell’esistente Suburbia?

L’altro co-fondatore della permacultura, David Holmgren, nel suo ultimo libro[3], ne propone la ri-ruralizzazione, convinto che lo sviluppo dell’agricoltura urbana possa nutrire le città di domani. E trasformare le sterminate periferie in luoghi produttivi, coinvolgenti, dove sia possibile creare comunità. 

Come? Attraverso due processi: downshift e retrofit. 

Il primo significa rallentare i ritmi di vita, ridimensionare gli spazi, mollare un lavoro stressante per fare qualcosa di più gratificante, anche se meno pagato. 

Il secondo indica una riconversione di tre tipi:

a) edilizio; inteso soprattutto come efficientamento energetico delle case;

b) biologico; che significa riprogettare in permacultura i giardini, per trasformarli di spazi con funzioni puramente ornamentali a ecosistemi produttivi di cibo;

c) comportamentale; che implica la modifica degli stili di consumo e la ri-localizzazione dell’economia.

La permacultura è applicabile a qualsiasi contesto e a qualsiasi scala: un balcone, un orto, un’azienda, una comunità di persone… L’ambito urbano rappresenta la sua grande sfidi e – insieme a quello sociale – le sue nuove frontiere d’interesse.

Se ti è piaciuto questo articolo potrebbe interessarti anche: l’autoproduzione e il giardino biologico.


[1] T. Hemenway – The permaculture city: Regenerative Design for Urban, Suburban, and Town Resilience. 2016

[2] R. M. Slay, B. Mollison – Introduzione alla permacultura. 2007

[3] D. Holmgren – RetroSuburbia: The Downshifter’s Guide to a Resilient Future. 2018

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