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Come sostiene Grazia Cacciola[1], autoprodurre è il vero atto rivoluzionario in un mondo che considera l’essere umano solo un compratore. La separazione netta fra produzione e consumo ci obbliga a uscire di casa per andare al lavoro, dove guadagniamo i soldi con cui acquisteremo le cose che porteremo a casa e useremo. Nelle nostre abitazioni – e nei nostri garage – finisce gran parte di ciò che l’economia globalizzata immette nei canali di distribuzione e vendita.

Iniziare ad autoprodurre qualcosa, in casa e in giardino, è un modo per rompere il circolo vizioso in cui ci troviamo invischiati e per avviare la ri-ruralizzazione di Suburbia[2].

Un bellissimo libro – Abbondanza miracolosa[3] – è il racconto appassionante di due cittadini che – scoprendo la permacultura – si trasformano in agricoltori professionali, sperimentandola insieme a vari metodi di coltivazione. La permacultura, infatti, non è incompatibile con l’agricoltura biologica, biodinamica, sinergica, biointensiva, naturale, elementare, forestale o con altri metodi di cui si sente sempre più parlare, dato che non è un insieme di tecniche per coltivare, ma un approccio progettuale sistemico.

Creare le condizioni affinché un pezzetto di terra in città possa funzionare come un ecosistema naturale significa fare interagire al meglio gli elementi chiave: suolo, acqua, piante, animali, strutture, persone. Quando ciò si verifica, possiamo ottenere cibo abbondante e nutriente senza ammazzarci di lavoro. Se invece ciò non avviene, dobbiamo continuamente intervenire per apportare dall’esterno risorse mancanti e asportare output inutilizzati, sprecando soldi, tempo e fatica. Una rete resiliente si basa sulle connessioni e sulla ridondanza, ed è questo che distingue un giardino ecologico da uno convenzionale, incapace di autoregolarsi.

Per progettare in permacultura, però, bisogna anche tenere sempre presente la sua base etica[4], ricercando un equilibrio tra i propri bisogni e quelli del resto della natura. Scegliendo materiali prodotti responsabilmente e piante che offrano un habitat non solo agli esseri umani.

Sono poi i principi di progettazione[5] a guidare il processo. Ad esempio, il principio “Usa e valorizza il margine” invita a sfruttare l’abbondanza – di vita, di opportunità, d’innovazione – che caratterizza la transizione da un insieme di condizioni ad un altro, la fascia di contatto (che la permacultura chiama appunto margine) in cui le risorse di due sistemi adiacenti si sovrappongono e originano qualcos’altro.

Mentre in natura e in campagna i confini sono spesso sfumati e permeabili, in città sono netti e impermeabili, oltre che molto frequenti. Sole/ombra, vento/calma, umido/secco, caldo/freddo, duro/soffice, coperto/scoperto, pianeggiante/in pendenza, con animali/senza, privato/pubblico, irrigato/senza irrigazione, dentro/fuori la recinzione… sono alcuni dei numerosi margini che possono presentarsi in un giardino urbano. Sfruttandoli adeguatamente, si possono creare dei microclimi, cioè dei punti in cui le condizioni climatiche sono diverse da quelle dell’ambiente circostante: ad esempio più caldi, o più freschi, o più umidi, o più secchi.

Alcuni esempi di strategie per creare microclimi – ispirandosi al principio sopra citato – sono:

  • catturare la radiazione solare per riscaldare o bloccarla per rinfrescare;
  • accelerare il movimento dell’aria per favorire l’evaporazione o frenarlo per non disperdere calore;
  • utilizzare una massa termica (roccia, o acqua) per trattenere calore e cederlo lentamente;
  • riflettere la luce solare con superfici chiare o assorbirla con superfici scure per poi convertirla in calore radiante;
  • sfruttare le diverse pendenze del terreno in rapporto all’insolazione.

Applicando queste strategie attraverso diverse tecniche, è possibile ottenere una produzione maggiore e differenziare gli habitat, aumentando così anche la biodiversità.


[1] G. Cacciola, L’autoproduzione è la vera rivoluzione, Macroedizioni, 2020.

[2] https://managaia.eco/fuggire-in-campagna/

[3] C. e P. Hervé-Gruyer, Abbondanza miracolosa, Macroedizioni, 2018.

[4] https://managaia.eco/una-questione-di-etica/

[5] https://managaia.eco/in-principio-era-la-progettazione/