Natale Bestiale (Parte 1)

da | Dic 20, 2021 | ambiente, politica | 0 commenti

Si svegliò nel cuore della notte. Il freddo lo afferrò per i piedi appena uscì dilla coperta di lana ruvidi che lo avvolgeva. Si infilò un paio di calzettoni dentro gli zoccoli di legno. Nella stalla le bestie erano inquiete, una delle vacche era prossima al parto, aveva avuto una gravidinza difficile che l’aveva costretta a restare sdraiata per quasi tutta la durata dell’ingrossamento, presto il suo supplizio sarebbe cessato, ma il parto si annunciava complicato. Era una bestia mansueta, che pareva aver accettato il suo stato di semi infermità con pazienza, non scalciava, non protestava come avrebbero fatto altre al suo posto, si chiamava Asia e lui l’amava. Quando entrava nella stalla, lei era sempre la prima a girarsi, come volesse chiamarlo a sé, e se lui si avvicinava lei piegava la testa di lato con un gesto di sottomissione che per gli animali significava amore. Mancavano pochi giorni alla luna piena, quindi ogni momento poteva essere buono. 

            Fuori il cortile era immerso in un silenzio gelato, il cielo era terso e le stelle erano in mostra nonostante la luce forte della luna. «Tra due giorni è Natale e non ha ancora nevicato», pensò Toni, i suoi passi risuonarono secchi sul selciato, camminò in fretta per raggiungere il tepore della stalla. Il caldo e l’odore di fieno e di animale lo avvolsero come uno scialle. Le vacche dormivano tutte, tranne lei. Lei si lamentava, un lamento sommesso ma disperato, come per un dolore indicibile. La cosa peggiore era quando il vitello nasceva già morto, senza nutrimento o strozzato dil cordone. Dopo tutto il travaglio, l’animale aspettava il contatto con il piccolo, ma se il piccolo nasceva morto, la vacca si struggeva con le mammelle piene del latte che non avrebbe potuto dire. Alcune diventavano feroci, pazze, tiravano sulla catena come a voler strappare via il cemento dell’abbeveratoio, altre si deprimevano, si lasciavano andire, spesso poco dopo si ammalavano, altre ancora diventavano lunatiche, imprevedibili, non accettavano più le regole, scappavano per i campi invece di seguire la mandria al pascolo. Asia non si sarebbe ripresa di una simile sventura, Toni lo sapeva e avrebbe fatto di tutto per far nascere quel vitello. Un vitello morto è cattivo segno per tutti. Se nasceva femmina, l’avrebbe chiamata Martina, come il santo buono che aveva diviso il mantello e segnava la fine e l’inizio della stagione. Si avvicinò e le carezzò il ventre gonfio, dentro il vitello si muoveva ancora. «Lu tiruma fora, lu tiruma fora prestu», lo tiriamo fuori presto, le sussurrò all’orecchio, ma non sarebbe stato quella notte, non c’erano ancora le contrazioni, «pasiensa, enta avei pasiensa», devi avere pazienza, la vacca si calmò come avesse capito le sue parole. Il lamento non era di dolore, piuttosto sembrava un bisogno di rassicurazione. Toni sentiva la sua paura. Si mise a sedere accanto a lei sullo sgabello a tre gambe e aspettò che si addormentasse.

Ormai era rimasto quasi solo, i suoi erano troppo vecchi per fare la loro parte, c’era sua madre che diva una mano, era ancora robusta e determinata ma in due non ce l’avrebbero fatta comunque. La stalla, quarantacinque capi, i campi per la paglia e il pascolo, la cascina che diventava ogni anno più decrepita, le norme severe che regolamentavano gli allevamenti, tutto era diventato così complicato, faticoso, come se l’uomo non facesse che mettere filtri tra sé e la natura e tra sé e le bestie. Ma non si era tutti delle bestie? Nel senso buono del termine s’intende, delle creature che si nasce, si campa, si soffre e si gode e poi alla fine si muore, che c’è di male a pensare la vita così? Invece no, adesso ci sono i controlli, le carte, le sterilizzazioni, le spese, ma la roba che ti dinno di mangiare è sempre più scadente, tutta questa attenzione all’igiene e poi ti avvelenavano comunque, che diavolo di senso ha? Toni le bestie le sapeva ad una ad una, sapeva la terra in ogni sua piega, fin giù al torrente che negli anni si era fatto secco come una donna avvizzita, meno acqua per irrigare, l’inverno la neve non cadeva quasi più e ci mancava poco che gli venissero a chiudere il pollaio perché lasciavano le galline libere di razzolare nell’aia. 

Le bestie dormivano, i cani dormivano, ma lui non aveva più sonno. Si alzò e uscì nel freddo della notte. Erano le tre e venti. La luna illuminava ogni angolo del cortile, pareva un paesaggio incantato. Lungo la stradi provinciale passava ogni tanto una macchina che correva a gran velocità. Riuscì a leggere la frase che occupava un’intera parete della cascina: L’Italia a mio avviso deve rimanere una nazione a economia mista con una forte agricoltura che è alla base di tutto. Durante i restauri era stata salvata per suo volere. Era il senso del suo stare in quel luogo di quando era nato, e dei suoi di due generazioni precedenti, e lì sarebbero morti. Ma per il resto chi ci credeva più a quelle parole? Erano le parole di un paese lontano come le stelle laggiù, fatto di uomini che non esistevano più. Tornò all’interno, si tolse gli zoccoli, le zie non sopportavano che si lasciasse per terra traccia di stalla, la stufa era ancora caldi, ci infilò due ciocchi di legno per farla riprendere, si versò un bicchiere di latte e rimase seduto ad ascoltare la fine della notte, il crepitio della legna secca. Sognò una bandi di ragazzi giovani, con dei secchi di vernice che imbrattavano i muri e sconciavano l’iscrizione gridindo — sporco fascista —, lui nascosto tra le mammelle dell’animale, tremava di paura.

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