Ho conosciuto un gruppo di Toyoko Kids a Tokyo: la mia esperienza

Dietro le luci di Tokyo esiste un Giappone che difficilmente finisce nei racconti di viaggio. Un mondo fatto di emarginazione, degrado e ragazzi che cercano di sopravvivere ai margini della società. Io li ho conosciuti per caso, senza sapere nulla della loro storia.

Ho conosciuto un gruppo di Toyoko Kids a Tokyo: la mia esperienza - immagine di copertina

    Immaginatevi di svegliarvi come uno dei Toyoko Kids. Avete sedici, diciassette anni e non sapete nemmeno dove dormirete stanotte. Siete emarginati, quelli strani, quelli che i genitori degli altri ragazzi preferirebbero tenere lontani dai propri figli. Le uniche persone che forse vi vogliono bene sono i vostri genitori. O forse no, perché per alcuni di voi sono proprio loro il motivo per cui avete deciso di scappare di casa. Vivete in un Paese dove il rispetto delle regole, la disciplina e il giudizio degli altri hanno un peso enorme, ma voi quelle regole non riuscite, o semplicemente non volete, rispettarle. Bevete, passate le notti per strada, alcuni di voi si drogano o abusano di farmaci. Fate praticamente tutto quello che la società giapponese cerca di tenere lontano dalla propria immagine. E allora diventate un problema, qualcosa da allontanare, possibilmente senza fare troppo rumore.

    Durante il mio viaggio in Giappone (ve ne parlo qui), ne ho conosciuti alcuni e voglio raccontarvi la mia esperienza. Un’ultima precisazione prima di iniziare: in questo articolo ho scelto di non fare nomi e di non pubblicare fotografie dei ragazzi che ho incontrato. Alcuni di loro sembravano minorenni e non ho alcuna intenzione di renderli riconoscibili. Mi hanno raccontato parte della loro vita senza chiedermi nulla in cambio e credo che rispettare la loro privacy sia il minimo che possa fare.

    Chi sono i Toyoko Kids?

    Vengono chiamati Toyoko Kids i ragazzi e le ragazze che hanno trovato nelle strade di Tokyo quello che spesso non sono riusciti a trovare a casa, a scuola o nel resto della società: qualcuno disposto ad accettarli. Il loro nome nasce a Kabukichō, nel quartiere di Shinjuku, ma il fenomeno non si limita a quella zona della città. Parliamo soprattutto di adolescenti e giovanissimi, alcuni scappati da famiglie violente, altri vittime di bullismo o semplicemente incapaci di trovare il proprio posto in una società che lascia poco spazio a chi è diverso. Tra loro c’è chi fa uso di droghe, chi abusa di farmaci, chi finisce coinvolto in situazioni molto pericolose. Ma c’è anche chi cerca soltanto un posto dove passare la notte e qualcuno con cui parlare.

    La cosa assurda è che io, quando li ho conosciuti ad Harajuku, non sapevo nemmeno chi fossero i Toyoko Kids. Ho scoperto l’esistenza di questo fenomeno soltanto qualche giorno fa, guardando un documentario. E soprattutto non avevo avuto l’impressione di trovarmi davanti a dei criminali o a persone che avessero qualcosa di sbagliato.

    In Italia conosciamo benissimo situazioni del genere. Ho avuto diversi amici che hanno avuto problemi con la droga e non mi è mai passato per la testa di considerarli persone da evitare. Certo, anche da noi esistono pregiudizi ed emarginazione, sarebbe stupido negarlo. Ma il modo in cui vengono raccontati e trattati i Toyoko Kids in Giappone mi ha fatto riflettere parecchio. Ragazzi giovanissimi che diventano quasi degli alieni agli occhi della società, persone da allontanare perché non rispettano le regole, perché disturbano, perché rovinano quell’immagine di ordine e perfezione che il Giappone cerca continuamente di preservare. Eppure, quando ci ho parlato, davanti a me non avevo dei mostri, avevo semplicemente dei ragazzi.

    Come ho conosciuto i Toyoko Kids a Harajuku

    Oggi alcuni Toyoko Kids sono diventati piuttosto conosciuti sui social. C’è chi fa rap, chi pubblica TikTok e chi viene addirittura fermato per strada per una fotografia. La loro musica, lo ammetto, non mi piace per niente, ma fortunatamente non serve condividere gli stessi gusti musicali per fare amicizia. Ed è proprio così che è iniziato tutto.

    Ero ad Harajuku con un mio amico quando abbiamo notato un gruppetto di ragazzi che registrava dei TikTok in mezzo alla strada. Alcune persone si fermavano a guardarli, altre chiedevano di fare una foto con loro. Noi, incuriositi, ci siamo avvicinati. Quando siamo all’estero non ci facciamo particolari problemi a parlare con gli sconosciuti, anzi, spesso sono proprio questi incontri a rendere memorabile un viaggio.

    Stavolta, però, non abbiamo nemmeno dovuto fare il primo passo: sono stati loro a venirci a parlare. Gentilissimi, sorridenti, curiosi. Due di loro parlavano molto bene inglese, mentre gli altri non lo conoscevano praticamente per niente, ma gli amici traducevano tutto. Tra una parola in inglese, qualche espressione giapponese e uno slang giovanile che rendeva certe conversazioni abbastanza complicate, abbiamo iniziato a conoscerci.

    All’inizio abbiamo semplicemente scherzato e passato del tempo insieme, come faremmo con qualsiasi gruppo di ragazzi incontrato per strada. Poi, prendendo confidenza, sono venute fuori anche cose meno leggere. Ci hanno raccontato che alcuni di loro dormivano per strada, che non avevano un posto fisso dove stare e che spesso non sapevano nemmeno cosa avrebbero fatto il giorno successivo. La cosa che mi ha colpito è stata la naturalezza con cui ne parlavano. Non cercavano di impietosirci, né ci avevano avvicinati per chiedere soldi o un posto dove dormire. Ci stavano semplicemente raccontando la loro vita, con una tenerezza che ho capito meglio soltanto dopo. Noi il giorno seguente saremmo ripartiti, saremmo tornati alla nostra quotidianità. Loro sarebbero rimasti lì.

    A un certo punto, mentre camminavamo, uno dei ragazzi si è fermato vicino a una ragazza che sembrava prostituirsi per strada. Io e il mio amico ci siamo guardati piuttosto perplessi, pensando che si fosse fermato proprio per quello. Invece, quando gli abbiamo chiesto cosa stesse facendo, ci ha spiegato che era sua sorella. Sembrava giovanissima, a prima vista addirittura minorenne, e da quello che ci ha raccontato si prostituiva per procurarsi della droga. Non voglio fingere di aver compreso tutta la loro situazione dopo qualche ora trascorsa insieme, ma quel momento mi è rimasto impresso. Non so cosa abbiano passato prima di incontrarci e non pretendo di giustificare ogni loro comportamento. So soltanto che con noi sono stati gentili, disponibili e non ci hanno chiesto nulla. E che, mentre per noi quella era una bella giornata di vacanza a Tokyo, per loro era semplicemente un altro giorno da affrontare.

    Non sai mai chi ritroverai il giorno dopo

    Una curiosità che ho scoperto soltanto successivamente riguarda il loro nome. Toyoko deriva dall’espressione che indica la zona accanto al Toho Building, il famoso edificio di Shinjuku con la gigantesca testa di Godzilla. È lì che questa comunità ha iniziato a diventare conosciuta, soprattutto attraverso i social. Alcuni ragazzi arrivano persino da altre città del Giappone, attratti dalla possibilità di trovare persone che vivono situazioni simili alle loro. E questo è forse l’aspetto più contraddittorio del fenomeno: ragazzi che cercano disperatamente di scappare da una società che li rifiuta, ma che attraverso TikTok e Instagram finiscono per diventare piccoli personaggi pubblici. Per alcuni è una forma di espressione, per altri un modo per sentirsi finalmente parte di qualcosa.

    C’è però una cosa che uno dei ragazzi incontrati ad Harajuku ci ha raccontato e che mi è rimasta particolarmente impressa: tra loro non si sa mai con certezza chi si ritroverà il giorno dopo. Non soltanto perché qualcuno cambia città, torna a casa o sparisce dalla circolazione, ma perché alcuni affrontano problemi psicologici molto seri, compresi pensieri suicidari. Ed è una questione che merita attenzione, soprattutto considerando quanti minorenni vivano in queste condizioni. In Giappone il suicidio ha anche un peso culturale e storico diverso dall’Occidente. In passato è stato persino associato a concetti come l’onore e il sacrificio personale, ma sarebbe sbagliato sostenere che oggi venga considerato meno grave o che le famiglie ne soffrano meno. Anzi, attorno alla salute mentale esistono ancora pregiudizi molto forti, che possono rendere più difficile chiedere aiuto.

    Qualche giorno fa, guardando un documentario sui Toyoko Kids, mi sono imbattuto in una storia che mi ha fatto ripensare a quell’incontro. Era quella di un padre che aveva perso la figlia in un suicidio di coppia, una vicenda di cui erano circolate anche immagini sui social. L’uomo continuava a girare per le strade di Tokyo, fermandosi a parlare con i ragazzi e chiedendo se qualcuno avesse conosciuto sua figlia. Non cercava di risolvere un mistero, né di riaprire un caso ormai chiuso. Voleva semplicemente parlare di lei, ascoltare i ricordi di chi l’aveva incontrata, sapere qualcosa della vita che conduceva lontano da casa. Un padre che, per continuare a sentirsi vicino alla figlia, cercava persone che fino a poco tempo prima probabilmente non avrebbe mai pensato di avvicinare. E che ora erano tra le poche in grado di raccontargli qualcosa di lei.

    Concludiamo

    Quando sono stato in Giappone ho avuto modo di conoscere una società incredibilmente organizzata, rispettosa e attenta agli altri. Ma anche una società che, almeno in alcune situazioni, sembra fare molta fatica ad accettare chi non riesce a stare al passo. I Toyoko Kids sono una parte di Tokyo di cui difficilmente si parla negli itinerari turistici, eppure raccontano qualcosa di importante sul Paese, forse persino più di tanti luoghi che visitiamo.

    Non voglio trasformare un incontro casuale in una lezione di vita e nemmeno descrivere questi ragazzi come degli angeli. Alcuni hanno problemi seri, altri prendono decisioni sbagliate, altri ancora avrebbero semplicemente bisogno di qualcuno che li aiutasse. Ma se durante un viaggio in Giappone vi dovesse capitare di incontrarli e fossero loro ad avvicinarsi per fare due chiacchiere, provate ad ascoltarli senza partire dai pregiudizi. Io ho conosciuto ragazzi intelligenti, simpatici, capaci di ridere e scherzare nonostante situazioni che faccio persino fatica a immaginare. E soprattutto ho capito una cosa: quando ci siamo incontrati non sapevo nemmeno che fossero Toyoko Kids. Erano soltanto dei ragazzi con cui avevo fatto amicizia. E forse avremmo tutti bisogno di guardarli un po’ più spesso in questo modo.

    tags: attualità

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