Kiribati: visitate questo paradiso prima che il mare se lo porti via

Un Paese sperduto nell'Oceano Pacifico, con spiagge da sogno, una storia poco conosciuta e un futuro sempre più incerto.

Kiribati: visitate questo paradiso prima che il mare se lo porti via - immagine di copertina

    Avete mai sentito parlare di Kiribati? Probabilmente no, e non mi sorprenderebbe. Parliamo di un piccolo Paese sperduto nell’Oceano Pacifico, con spiagge bianchissime, lagune turchesi e paesaggi che farebbero impallidire parecchie destinazioni tropicali ben più famose. Eppure, nonostante la sua bellezza, Kiribati è diventato famoso soprattutto per una ragione piuttosto triste: rischia di perdere parte delle proprie terre a causa dell’innalzamento del livello del mare.

    C’è chi sostiene addirittura che entro il 2040 potrebbe scomparire completamente dalle mappe, anche se la scienza non ha mai indicato una data precisa. Il problema, però, esiste eccome e gli abitanti stanno già facendo i conti con le conseguenze del cambiamento climatico. Prima di raccontarvi cosa sta succedendo, voglio farvi conoscere questo Paese. Kiribati ha una storia incredibile, un patrimonio naturale ancora poco conosciuto e persino una nazionale di calcio che sogna di partecipare ai Mondiali.

    Dove si trova Kiribati e perché è così particolare?

    Kiribati si trova nell’Oceano Pacifico centrale ed è composto da 33 tra isole e atolli corallini. Questi sono suddivisi in tre gruppi principali: le isole Gilbert, le Phoenix e le Line Islands. Complessivamente il Paese ha una superficie terrestre di circa 811 chilometri quadrati, ma le sue isole sono distribuite in un’area oceanica di circa 3,5 milioni di chilometri quadrati. Per darvi un’idea delle distanze, alcune isole sono separate da migliaia di chilometri di mare e spostarsi da una all’altra può diventare una vera impresa. La capitale è South Tarawa, dove vive una parte considerevole degli oltre 130.000 abitanti, chiamati I-Kiribati.

    Anche il nome ha una particolarità: pur essendo scritto Kiribati, si pronuncia più o meno Kiribas. Questo perché deriva dall’adattamento locale della parola inglese Gilberts, il nome con cui gli inglesi identificavano parte dell’arcipelago.

    Ma le curiosità geografiche non finiscono qui. Kiribati è infatti l’unico Paese al mondo ad avere territori in tutti e quattro gli emisferi. È anche tra i primi Stati a festeggiare l’arrivo del nuovo anno: in pratica, mentre in Italia siamo ancora alle prese con il cenone del 31 dicembre, su alcune di queste isole è già iniziato il primo gennaio.

    La storia di Kiribati: dalla colonizzazione britannica all’indipendenza

    La storia di Kiribati comincia molti secoli prima dell’arrivo degli Europei, quando le isole vennero popolate da comunità di navigatori del Pacifico. Per generazioni gli abitanti vissero principalmente di pesca e delle risorse offerte dagli atolli, sviluppando una cultura fortemente legata al mare. Le conoscenze sulla navigazione venivano tramandate di generazione in generazione e permettevano di percorrere distanze enormi tra le isole, ben prima delle moderne imbarcazioni.

    Come accaduto a molti altri territori dell’Oceania, le cose cambiarono con l’arrivo delle potenze coloniali. Nel 1892 le isole Gilbert divennero un protettorato britannico e nel 1916 entrarono a far parte della colonia delle Gilbert ed Ellice. Gli inglesi scoprirono anche importanti giacimenti di fosfati sull’isola di Banaba, una risorsa preziosa per la produzione di fertilizzanti. Lo sfruttamento minerario fu talmente intenso da devastare buona parte dell’isola. Molti dei suoi abitanti vennero successivamente trasferiti a Rabi, nelle Fiji. Una pagina della storia coloniale poco conosciuta, ma che ancora oggi ha conseguenze sulla comunità banabana.

    La battaglia di Tarawa e la nascita della Repubblica di Kiribati

    Durante la Seconda guerra mondiale, Kiribati finì al centro di uno degli scontri più violenti combattuti nel Pacifico. Nel novembre del 1943, sull’atollo di Tarawa, le forze americane affrontarono quelle giapponesi in una battaglia sanguinosissima durata appena tre giorni. Ancora oggi, soprattutto sull’isola di Betio, è possibile trovare bunker, postazioni militari e resti del conflitto.

    L’indipendenza dal Regno Unito arrivò soltanto il 12 luglio 1979, quando nacque ufficialmente la Repubblica di Kiribati. Parliamo quindi di un Paese relativamente giovane, che dopo aver attraversato colonizzazioni, guerre e sfruttamento delle proprie risorse si ritrova oggi ad affrontare un’altra minaccia. Questa volta, però, il nemico non è un esercito straniero, ma un fenomeno che interessa l’intero Pianeta.

    Perché dovreste visitare Kiribati almeno una volta nella vita

    Se state cercando una destinazione tropicale ancora lontana dal turismo di massa, Kiribati potrebbe essere una delle scelte più interessanti. Dimenticatevi però i grandi resort delle Maldive o le strutture lussuose della Polinesia Francese. Qui il turismo è ancora piuttosto limitato e molte isole conservano un carattere autentico, con piccoli villaggi e comunità che vivono principalmente di pesca. Il Paese è aperto ai visitatori e vuole sviluppare il turismo, soprattutto quello sostenibile, ma raggiungerlo richiede un minimo di organizzazione.

    Uno dei posti più interessanti da visitare è sicuramente Tarawa, dove si trovano mercati locali, villaggi, monumenti e testimonianze della Seconda guerra mondiale. La parte meridionale è molto popolata e non corrisponde esattamente all’immagine dell’isola tropicale deserta. Spostandovi verso North Tarawa, invece, troverete ambienti più tranquilli, spiagge e piccoli insediamenti.

    Un’altra destinazione da prendere in considerazione è Kiritimati, conosciuta anche come Christmas Island, il più grande atollo corallino del mondo per superficie terrestre. Qui si viene soprattutto per le lagune, la pesca sportiva, il birdwatching e la possibilità di esplorare un territorio ancora poco frequentato dai turisti internazionali.

    Com’è organizzare un viaggio a Kiribati?

    La cultura locale meriterebbe un viaggio a parte. Gli I-Kiribati conservano tradizioni legate alla danza, alla navigazione e alla vita comunitaria. La cucina, invece, ruota soprattutto attorno al pesce, al cocco e ai pochi prodotti che riescono a crescere sul terreno degli atolli. Chi vuole conoscere davvero Kiribati dovrebbe valutare un soggiorno nelle strutture gestite dalle comunità locali. Sarebbe anche un modo per sostenere direttamente gli abitanti e scoprire abitudini molto diverse dalle nostre.

    Raggiungere il Paese dall’Italia non è semplicissimo. Tarawa dispone di collegamenti aerei internazionali, tra cui quelli con le Fiji, mentre per visitare alcune isole più remote possono servire ulteriori voli o lunghi trasferimenti. Bisogna anche considerare che le infrastrutture turistiche sono limitate e che i collegamenti possono subire variazioni. Insomma, Kiribati non è la classica destinazione dove arrivate, prendete un taxi e vi dimenticate di tutto per una settimana. Richiede qualche sacrificio in più, ma permette di conoscere una parte del Pacifico che pochissimi viaggiatori hanno esplorato.

    Kiribati sparirà davvero nel 2040? Cosa sta succedendo alle sue isole

    Arriviamo al problema principale. Gran parte delle isole di Kiribati si trova ad appena uno o due metri sopra il livello del mare. Una condizione che rende il Paese particolarmente vulnerabile al cambiamento climatico. Secondo le analisi della NASA, negli ultimi trent’anni il livello del mare nella regione è già aumentato di circa 5-11 centimetri. Entro il 2050 potrebbe salire di altri 15-30 centimetri. A prima vista sembrano numeri relativamente piccoli, ma su un atollo largo poche centinaia di metri possono cambiare completamente la vita delle persone.

    Le maree più alte riescono a raggiungere zone abitate, l’erosione costiera danneggia le abitazioni e l’acqua salata può infiltrarsi nelle falde sotterranee. Questo significa compromettere le riserve di acqua dolce utilizzate dagli abitanti, oltre a rendere più difficile coltivare la terra. Un problema enorme per un Paese che, proprio a causa della sua posizione geografica, ha già risorse piuttosto limitate.

    E qui arriviamo a una questione importante. Kiribati non sparirà necessariamente nel 2040, nonostante questa data venga spesso ripetuta online. Non esiste una previsione scientifica che stabilisca quando l’intero Paese finirà sott’acqua. Le proiezioni sono comunque preoccupanti: alcune zone potrebbero passare da meno di cinque giorni di allagamento all’anno a circa 65 entro gli anni Cinquanta. Entro la fine del secolo la situazione potrebbe peggiorare ulteriormente, soprattutto se le emissioni globali continueranno a mantenersi elevate.

    Il problema non è soltanto finire sott’acqua

    Il rischio maggiore non è necessariamente quello di svegliarsi una mattina e scoprire che un’intera isola è scomparsa. È che alcune zone diventino progressivamente invivibili. Se il mare contamina l’acqua potabile, distrugge le coltivazioni e allaga continuamente le abitazioni, vivere su quelle terre potrebbe diventare impossibile. E questo potrebbe accadere molto prima della loro eventuale sommersione.

    Bisogna anche ricordare che non tutte le isole hanno la stessa altitudine. Banaba, per esempio, raggiunge circa 81 metri sul livello del mare e presenta caratteristiche molto diverse dagli atolli più bassi. Per questo motivo sarebbe sbagliato immaginare che tutte le isole di Kiribati possano scomparire contemporaneamente.

    Il governo sta cercando di adattarsi, investendo nella protezione delle coste e nella gestione delle risorse idriche. Nel 2014 il Paese ha persino acquistato un terreno nelle Fiji, una scelta che ha fatto molto discutere. L’acquisto dimostra quanto seriamente venga considerato il futuro delle prossime generazioni, anche se quel terreno non rappresenta una soluzione automatica per trasferire l’intera popolazione.

    La parte più assurda è che Kiribati produce una quantità minuscola delle emissioni mondiali di gas serra, ma rischia di pagare conseguenze enormi per l’inquinamento prodotto soprattutto altrove.

    Kiribati ha un altro sogno: partecipare ai Mondiali di calcio prima che sia troppo tardi

    In tutta questa storia c’è anche una curiosità che mi ha colpito parecchio. Kiribati ha una nazionale di calcio che sta cercando di ottenere il riconoscimento della FIFA per poter finalmente partecipare alle qualificazioni ai Mondiali.

    Nonostante il Paese sia indipendente dal 1979, infatti, la sua federazione è ancora soltanto un membro associato della Confederazione calcistica dell’Oceania. Questo significa che non può prendere parte alle normali competizioni di qualificazione organizzate dalla FIFA. L’obiettivo è riuscire a ottenere il riconoscimento internazionale e partecipare al percorso verso i Mondiali del 2030, un traguardo che per gli abitanti avrebbe un significato enorme.

    E pensate che a Kiribati non ci sono nemmeno veri campi da calcio in erba. Molti giocatori sono cresciuti allenandosi sulla sabbia o su terreni duri, con attrezzature decisamente lontane da quelle delle nazionali europee. Questo, però, non ha impedito alla squadra di raggiungere un risultato storico nell’ottobre del 2026. La nazionale ha infatti vinto la Premier Division dell’Inter-District Championship alle Fiji, battendo il Seaqaqa per 6-1 in finale. Si trattava di una competizione contro squadre locali figiane, non di un torneo ufficiale tra nazionali. Per Kiribati è stato comunque il primo trofeo conquistato all’estero.

    Il calcio può aiutare Kiribati a farsi conoscere nel mondo?

    La federazione vuole sfruttare anche il calcio per far conoscere il Paese, attirare nuovi sostenitori e costruire opportunità per i giovani. Partecipare alle qualificazioni di un Mondiale significherebbe finalmente vedere il nome di Kiribati accanto a quello delle altre nazioni dell’Oceania. Una possibilità che finora è sempre mancata, nonostante la passione degli abitanti per questo sport.

    E non è difficile capire perché questo obiettivo sia così importante. Kiribati è un Paese che raramente trova spazio sui giornali internazionali, se non quando si parla dell’innalzamento del livello del mare. Una nazionale riconosciuta dalla FIFA potrebbe rappresentare un’occasione per raccontare qualcosa di diverso e ottenere maggiore visibilità. Non so voi, ma dopo aver letto questa storia mi è venuta una gran voglia di tifare per loro.

    Kiribati merita di essere conosciuto prima che sia troppo tardi

    La cosa che mi dispiace di più è che probabilmente molte persone sentiranno parlare di Kiribati soltanto quando uscirà qualche nuova notizia sull’innalzamento del mare. Ed è un peccato, perché questo Paese ha molto altro da raccontare. Ha spiagge meravigliose, una cultura ancora poco conosciuta e una storia che attraversa alcuni dei momenti più importanti del Novecento. Se avete la possibilità di organizzare un viaggio in questa parte dell’Oceania, Kiribati merita sicuramente di essere preso in considerazione. Naturalmente, scegliendo un modo di viaggiare rispettoso delle comunità e dell’ambiente.

    Non sappiamo come saranno queste isole tra venti, cinquanta o cento anni, ma sappiamo che il cambiamento climatico sta già creando problemi concreti. E sarebbe davvero triste se il resto del mondo si accorgesse dell’esistenza di Kiribati soltanto quando sarà troppo tardi per fare qualcosa.

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