Il Sudafrica è uno dei Paesi più complessi del nostro Pianeta dal punto di vista culturale e storico.
Seppur molto distante da noi, la storia sudafricana degli ultimi 50 anni ha molto da insegnarci. Eppure, nonostante questo e le innumerevoli bellezze naturalistiche, il Sudafrica potrebbe non essere una meta che inserireste nei vostri itinerari di viaggio, in particolar modo per un motivo: si tratta del Paese con il più alto tasso di omicidi al mondo.
Per non disturbare gli amanti dei dati, questa particolare classifica può essere letta in vari modi: in alcuni casi si considera il tasso di omicidi in funzione del numero di abitanti, in altri il valore assoluto.
Ma poco importa, comprendere come i sudafricani siano arrivati a questi numeri, e capire perché la nazione stia, anno dopo anno, diventando sempre più ingestibile, può aiutarci a capire molto sull’attuale situazione italiana ed Europea.
Ho vissuto in Sudafrica per un paio di mesi, precisamente a Città del Capo, e vi racconto qualcosa in più su questa splendida nazione e sulla sua storia.
Perché andare in Sudafrica

Viste le premesse, potreste chiedervi: “Ma perché dovrei andare in Sudafrica?”.
Il Sudafrica si affaccia su due oceani, quello Indiano a Est e l’Atlantico a Ovest. Ciò significa una grande diversità di correnti, maree e microclimi. Inoltre in Sudafrica sono presenti numerose riserve naturali e il maestoso Kruger National Park.
In altre parole, l’estensione della Nazione e la sua grande varietà naturalistica potrebbe permettervi di ammirare, nello stesso Paese, animali come leoni, leopardi, elefanti, zebre. E ancora squali, balene, orche e addirittura pinguini.

Le strade che tagliano il Paese sono spettacolari: tratti immersi nella natura e altri affacciati a immense scogliere a picco sull’oceano. Città del Capo (Cape Town) è descritta da molti come la città più bella del mondo, grazie alla sua vicinanza a splendide zone di mare e alla montagna che la protegge, Table Mountain.
In definitiva, un viaggio in Sudafrica vi permetterà di fare safari in parchi nazionali, meravigliose escursioni in barca e lascerà lo spazio per conoscere la storia di questo Paese.
La sicurezza in Africa

Prima di proseguire nel racconto del Sudafrica è doveroso fare una premessa sulla sicurezza del continente africano.
La sicurezza in Africa è un concetto diverso dalla sicurezza in Europa.
Ci sono cose che, semplicemente, in Africa non si possono fare. In molti Paesi, tra cui il Sudafrica, è ad esempio fortemente sconsigliato camminare la sera, quando comincia a calare il buio. La prassi è di viaggiare in auto, magari contattando uno dei tantissimi Uber che popolano le strade di molte città africane.
Volare in Africa è abbastanza costoso, per cui anche se non ostentate ricchezza, la sola presenza di un europeo in territorio africano è sinonimo di benessere economico, e per questo motivo è probabile che veniate notati.
L’Africa può essere vissuta in maniera tranquilla e senza particolari preoccupazioni, ma un minimo di attenzione è necessaria.
Torniamo al Sudafrica

Il Sudafrica è il palcoscenico dell’Apartheid, un regime politico che ha caratterizzato la seconda metà dello scorso secolo.
Apartheid significa separazione: bianchi da una parte, neri dall’altra. Dal 1948 al 1994 in Africa i bianchi hanno deciso che i neri dovevano avere standard di vita diversi (più bassi), e hanno applicato una serie di regole per garantirsi un maggiore benessere senza essere disturbati. Parliamo di panchine dedicate ai bianchi, autobus per soli neri, negozi in cui l’accesso era vietato. Il tutto regolamentato da violente leggi repressive.
Ciò ha ovviamente causato enormi differenze sociali, terminate solo nel 1994 grazie a Nelson Mandela, e alla storica elezione dell’African National Congress (ANC), il partito politico di forte rappresentanza nera che doveva cominciare una nuova era.
Per conoscere l’interessantissima storia di Mandela vi consiglio la lettura del libro Long Walk to Freedom, disponibile anche in lingua italiana.
Purtroppo però, l’ANC non è stato effettivamente un nuovo inizio: un Mandela esausto dalle lunghe lotte e dagli anni di prigionia ha rapidamente lasciato posto ai suoi compagni e bracci destri, che però si sono fatti rapidamente corrompere, aggravando la crisi economica del Paese.
Simbolo della crisi sono i blackout elettrici: i soldi destinati alla manutenzione delle centrali elettriche venivano intascati dai politici di turno, causando un progressivo peggioramento delle condizioni delle centrali. Ad oggi la situazione è drammatica e quasi quotidianamente il Sudafrica vede spegnersi le luci, per periodi più o meno lunghi: le zone ricche in cui vivono i bianchi sfruttano dei generatori autonomi per risolvere il problema, le zone povere in cui vivono molti neri restano senza corrente anche per giorni.
Il risultato è un Paese in bilico, che rischia di crollare definitivamente.
Il tasso di disoccupazione è al 50%, una percentuale incredibile, rappresentata in quasi totalità da neri. La gente vive per strada, o nelle township (le favelas sudafricane), e nel frattempo i bianchi costruiscono recinzioni con tanto di corrente elettrica per delimitare i propri spazi.
L’apartheid è finito, ma i residui di un regime politico brutale (che ricordiamo è terminato solo nel 1994) sono ancora ben visibili.
Un viaggio nelle township

Le township sono un altro elemento caratteristico del Sudafrica, dentro alle quali si può imparare molto.
Io ho fatto un tour con una ragazza che vive a Khayelitsha, un enorme baraccopoli che ospita quasi tre milioni di persone ai confini di Città del Capo.
Non so come vi immaginiate una baraccopoli, ma vi spiego com’è: se le persone non hanno soldi per pagarsi un affitto, devono vivere qui, dove gli affitti sono più bassi. Le baracche non sono infatti autogestite, ma hanno dei costi (indicativamente da 50€ a 100€ al mese). Oltre alle casette di fortuna, a Khayelitsha si possono trovare negozietti, caffè e mercati.
Chiaramente le condizioni generali tendono a essere pessime per i nostri standard, in particolare quelle igieniche legate alla gestione delle acque reflue, ma ciò non significa che gli abitanti delle township si debbano considerare emarginati.
Ho conosciuto lavoratori e ragazzi che studiano, persone che cercano di mantenersi in maniera onesta ma che non hanno abbastanza soldi per vivere in condizioni migliori; sono stato ospite di una classica grigliata sudafricana e sono stato invitato a fare domande, soprattutto sul razzismo.

“Come vivete il post Apartheid? Ce l’avete coi bianchi?” ho chiesto addentando una salsiccia.
Mi sembrerebbe anche lecito, visti i discorsi che sento fare ultimamente in Italia senza essere stati confinati e maltrattati per 50 anni da un’altra razza.
“Qualcuno lo è, soprattutto i più vecchi. Ma i più giovani hanno voglia di fare un passo avanti: le cose sono andate così, ma stare a rimuginare non serve a molto.”
Più o meno è questo il senso del sentimento che provano i neri in Sudafrica, e mi sembra in effetti l’unico modo sensato per affrontare una situazione così paradossale.
Il più alto tasso di omicidi al mondo
Chiaramente dentro le township non sono tutti grandi lavoratori, e i problemi di droga non mancano.
L’enorme tasso di omicidi del Sudafrica è appunto legato alla droga, e alle lotte tra gang, che non mancano nei diversi quartieri degradati della Nazione e che arrivano sino alle grandi città.
I ragazzi si uccidono quotidianamente per rivalità tra gang e per il predominio del controllo del traffico di droga. In questa zona dell’Africa la gente non muore di fame nei villaggi (come si immaginano molti di noi), ma si spara o si muore di overdose.
Se uniamo questa situazione al 50% di disoccupazione e a black out elettrici continui, è facile capire come la situazione sia molto in bilico.
Torniamo quindi a Cape Town

Ma come si vive quindi (da turista bianco) in un casino del genere? Meglio di come pensereste.
Io ho vissuto a Città del Capo, in un quartiere nel complesso abbastanza tranquillo. Ogni volta che uscivo di casa venivo avvicinato da qualche ragazzo (nero) che mi chiedeva denaro o di comprargli qualcosa da mangiare.
Mi piace bere un caffè a metà mattina, e nel tratto da casa alla caffetteria, circa 500 metri, venivo fermato tre o quattro volte al giorno.
All’inizio ero sempre sull’attenti, poi ho cominciato a riconoscere le stesse facce, a evitare di girare con il telefono in mano con Google Maps sempre attivo e a camminare con un po’ più di sicurezza.
Scendevo ogni giorno senza troppi problemi e andavo al parco ad allenarmi senza essere disturbato.
Una volta ho detto a un ragazzo che vivevo lì e che non era il caso di fermarmi ogni giorno, ma che potevamo bere un caffè assieme e che gli avrei dato un po’ di soldi. E così ho fatto, facendomi raccontare anche qualche dettaglio in più sulla sua vita, di come si vive per strada e di come di notte sia pericoloso anche per lui.
Dopo le prime due settimane ho capito come funzionava in pratica, e ho potuto godermi Città del Capo. Ho cominciato anche a fare volontariato, distribuendo tramite un’associazione francese pacchetti con panini, mele, fazzoletti e tampax alle persone che vivono nelle tende in ogni parchetto disponibile della città.
Ho fatto trekking nella bellissima Table Mountain, che protegge la città dall’alto. Mi sono goduto le spiagge sudafricane e le onde dell’oceano.

Ho fatto giri in barca sulle coste sudafricane, incrociando foche e pesci luna.
Ho guidato fino ad uno dei luoghi più a sud del continente, Capo di Buona Speranza, una punta di terra in cui l’Oceano Indiano si scontro con quello Atlantico. E risalendo mi sono fermato a Boulders Beach, e ho nuotato coi pinguini sudafricani.
Ho visitato le enormi distese vitivinicole sudafricane, assaggiando i vini locali in aperitivi in luoghi da sogno.

Nel frattempo ho visitato i vari quartieri della città con guide locali, e ho conosciuto anche la storia della migrazione asiatica in africa, che ne ha fortemente influenzato la cucina. E così ho mangiato un po’ di tutto, dal malesiano all’africano.
Da lì ho preso un aereo e sono volato sino al Kruger National Park, una distesa di terra grande quanto il Veneto in cui non c’è traccia dell’uomo, se non per qualche strada leggermente battuta. Ed ho visto animali di ogni tipo: leoni, leopardi, elefanti, zebre, facoceri, gazzelle di ogni, scimmie, condor, ippopotami e rinoceronti.
In definitiva

Questa è la mia esperienza in Sudafrica, e chiaramente non è esaustiva per descrivere un’intera Nazione.
Ho chiesto informazioni anche su come si vive in altre grandi città, come Pretoria e Johannesburg, con cui Cape Town ha molti punti in comune, ma con cui ha anche grosse differenze.
Il Sudafrica sembra vivere una situazione che peggiora di anno in anno, e per questo ho deciso di passarci due mesi prima che fosse troppo tardi.
Tuttavia merita un viaggio: sicuramente non è una meta per tutti, ma se avete voglia di arricchirvi dal punto di vista culturale e naturalistico può essere sicuramente una delle tappe più significative del mondo.
E se invece volete una meta più tranquilla, ma di cui qualcuno parla immotivatamente male, vi consiglio assolutamente di dare un’occhiata a questo articolo.
