La Via di Francesco: le tappe in Toscana

da | Lug 4, 2024 | Speciale: Cammini, turismo sostenibile, viaggiare green | 0 commenti

San Francesco è stato un vero rivoluzionario, un visionario gentile che amava la povertà e i suoi figli, che parlava con gli animali, che si lasciava sedurre dai paesaggi e che si spostava a piedi perché riteneva il camminare l’unica possibile forma di movimento.

C’è un Cammino che, spostandosi fra Toscana, Umbria e Lazio tocca molti degli eremi francescani e attraversa i luoghi tanto cari al poverello di Assisi.

Nonostante il chilometraggio complessivo non superi i 350 chilometri non è un itinerario semplicissimo, l’area collinare in cui ci si muove può riservare alcune difficoltà ma i panorami che si aprono costantemente davanti agli occhi del viandante sono superlativi così come i molti borghi che si attraversano lungo la strada.

 Il Tau sulla Via di Francesco
Il Tau sulla Via di Francesco

Premetto che con il senno di poi avrei diviso in due un paio di tappe lunghe, sia per risparmiare sui chilometri giornalieri, sia per vivere il Cammino nella maniera più simile a quella con cui lo viveva Francesco, con lentezza e lasciandosi andare alla contemplazione. Questo però è il racconto di come l’ho vissuta io, quindi, iniziamo con le tappe toscane.

La prima tappa: La Verna – Pieve Santo Stefano

Il Santuario de La Verna
Il Santuario de La Verna

Il santuario de La Verna è l’apoteosi del misticismo, anche per un non credente. L’atmosfera che si respira fra le sue mura, così come nel quadrante, il piazzale davanti alla basilica in cui svetta una grossa croce di legno, è intrisa di spiritualità.

Poi c’è il Sasso Spicco, una grotta sovrastata da un grosso masso sospeso dove il Santo era solito ritirarsi in preghiera o in ritiro spirituale.

Sorto in un ambiente impervio fatto di grosse rocce appoggiate su una base argillosa, questo luogo raccoglie tutta l’idea del culto francescano e della sua regola. Dormire in una delle sue celle e cenare insieme agli altri pellegrini e ai frati stanziali sono esperienze degne di essere vissute.

Ma bando alle ciance e veniamo al Cammino vero e proprio.

 Frati sul Quadrante de La Verna
Frati sul Quadrante de La Verna

I 15 chilometri che dividono La Verna da Pieve Santo Stefano attraversano boschi di rara bellezza, lugubri se avvolti dalla nebbia come nel mio caso ma forse proprio per questo ancora più affascinanti. 

Molti sono i sentieri che girano attorno al santuario per cui all’inizio bisogna prestare un po’ di attenzione per non perdere la retta via e seguire sempre le indicazioni (le consuete frecce gialle e il simbolo dal Tau, giallo anch’esso) e magari aiutarsi con l’aiuto delle tracce gps.

Lasciato il santuario alle spalle, si comincia a salire, dapprima lievemente poi in maniera più decisa. Ci sono un paio di strappi niente male da affrontare, in primis quello di Monte Calvano, il punto più alto del percorso con i suoi 1254 metri.

Mucche sul sentiero
Mucche sul sentiero

La salita è ostica e taglia un po’ le gambe ma per fortuna si trovano molti rovi di more che forniscono un aiuto extra in termini nutritivi al viandante. In più, nel mio caso, è stata allietata dalla comparsa di tre bellissime mucche marroni che mi hanno fatto da apripista e hanno scortato i miei passi per un lungo tratto. Quando il bosco si è aperto insieme al panorama, loro hanno trovato la loro scappatoia e io ho proseguito senza bodyguard.

Le scritte che indicano Via di Francesco sono ovunque, su vecchi cartelli stradali, su staccionate metalliche che dovrebbero chiudere ampie strade sterrate ma non lo fanno e il Tau, simbolo francescano, appare nel suo giallo intenso sui tronchi degli alberi. Ci si sente accompagnati non da delle semplici indicazioni, ma da uno spirito mistico che è la compagnia più bella che si possa avere. Tutto molto bello.

Il secondo strappo è quello che porta a Monte Modina e quando si raggiunge la cima, inizia finalmente la lunga discesa che attraversa ancora zone di bosco bellissime percorse da piccoli sentieri che mutano in sterrate prima e infine in asfalto. Il paesaggio tutt’intorno è l’apoteosi del bucolico: colline, pascoli, ampie visuali sulle vallate circostanti e quando si esce a poche centinaia di metri dal borgo di Pieve Santo Stefano, verrebbe quasi la voglia di invertire la rotta e rientrare in quel meraviglioso ambiente.

Il B&B “Il Castellare”, accoglienza per pellegrini erranti, è un bel posto dove sostare perché l’accoglienza è gentile e premurosa.

Per arrivare in paese bisogna scavallare la statale ma la visita ripaga dell’incremento di percorso.

Il borgo è molto bello e merita di essere visitato ma particolare attenzione va data al Piccolo Museo del Diario. Si trova al primo piano del Palazzo Pretorio e raccoglie migliaia di testi autobiografici, scritture per lo più di cittadini comuni che, in un modo o nell’altro, hanno raccontato la storia d’Italia.

Particolare attenzione va prestata alla quarta stanza, quella dedicata a Clelia Marchi, contadina del luogo, che dopo la morte del marito per un incidente automobilistico iniziò a scrivere della sua vita su un grande lenzuolo.

Le chiacchiere al “Castellare” dopo la cena sono state ricche di storie e aneddoti e hanno dato maggior spessore alle due tappe successive.

Una piccola nota: in tutta la tappa non s’incontrano né paesi né fontanelle per cui vi consiglio di portarvi una buona provvista di acqua oltre al cibo per il pranzo.

Il borgo di Pieve Santo Stefano
Il borgo di Pieve Santo Stefano

La seconda tappa: da Pieve Santo Stefano al Passo di Viamaggio

Premetto che la pioggia può essere un nemico fastidioso e infido (io durante la mia Via di Francesco ne ho presa tanta) soprattutto in queste prime tappe, perché i sentieri tendono a diventare impraticabili, ma sappiate che c’è quasi sempre una variante che può togliervi dai guai.

Da Pieve Santo Stefano, se il tempo è buono si può seguire un sentiero o, in caso di pioggia, una comoda strada sterrata, come ho fatto io: è più lunga ma decisamente più sicura. Qualunque sia la vostra scelta, sappiate che dovrete salire.

Si attraversa tutto il piccolo paese poi si svolta a sinistra e comincia l’ascesa verso l’eremo di Cerbaiolo, vera perla della tappa odierna.

La strada sale senza grossi strappi ma lo fa costantemente. La quiete è assoluta, il paesaggio regala forti emozioni e quando si arriva davanti a una grossa croce di legno, la strada spiana fino ad arrivare a un bivio.

Salendo verso Cerbaiolo
Salendo verso Cerbaiolo

Cerbaiolo è lassù, isolato e remoto come ogni eremo che si rispetti.

C’è un detto che recita:  “Chi ha visto La Verna e non Cerbaiolo ha visto la madre e non ha visto il figliolo”.

In effetti, i due luoghi si somigliano molto: entrambi sorgono su una conformazione rocciosa circondata da boschi ma mentre La Verna è vivo e frequentato, Cerbaiolo è silenzioso e disabitato (almeno al tempo del mio passaggio).

L'eremo di Cerbaiolo
L’eremo di Cerbaiolo

I gestori del Castellare mi avevano raccontato la storia di Suor Chiara delle capre, donna di fede che ha restaurato l’eremo caduto in rovina con l’aiuto degli abitanti di Pieve Santo Stefano e lì ha vissuto in solitudine per tantissimi anni e fino al giorno della sua morte. L’unica compagnia che aveva era quella delle sue amate capre e di qualche pellegrino di passaggio ma pare sostenesse che lì con lei ci fosse anche il diavolo in persona e che lei fosse l’unica in grado di tenerlo a bada.

Salendo un ripido sentiero sul cui muraglione crescono salvia e rose rosse, si arriva all’ingresso dell’eremo. La vista dal piccolo piazzale antistante spazia sulle vallate e sul lago di Montedoglio e il silenzio che avvolge il viandante è talmente profondo da far quasi paura.

Attualmente, qui vive un asceta che a quanto pare non ne vuole sapere di accogliere i pellegrini e questo è un gran peccato perché credo che passare la notte qui sarebbe bellissimo.

L'eremo di Cerbaiolo
L’eremo di Cerbaiolo

Si scende il vialetto per ricongiungersi alla strada sterrata e si continua a seguirla in salita fino ad arrivare dopo circa un’ora al Passo di Viamaggio: abbiamo percorso 15 chilometri.

Un tempo qui c’era un albergo, chiuso ormai da molti anni ma a 5 chilometri di distanza c’è l’hotel “Imperatore” che offre il servizio navetta ai pellegrini, li viene a prendere e li riporta la mattina dopo.

La sistemazione è spartana ma il ristorante offre un buon menù a prezzo contenuto.

Camminando verso il Passo di Viamaggio
Camminando verso il Passo di Viamaggio

La terza tappa: dal Passo di Viamaggio a Sansepolcro

Dal Passo di Viamaggio, il sentiero s’inoltra velocemente in un bosco fitto e dopo poco meno di un chilometro inizia a salire ripido guadagnando dislivello.

Se la notte prima ha piovuto come se non ci fosse un domani, percorrerlo è quasi impossibile e anche pericoloso. Se continuate lungo la provinciale lasciandovi il vecchio albergo alle spalle e camminate per circa un chilometro troverete sulla sinistra una strada forestale che salendo si ricongiunge al sentiero facendovi evitare però il suo tratto più brutto e difficile.

Io non l’ho fatto fidandomi del proprietario dell’hotel e ho vissuto uno dei momenti più infelici della mia vita da viandante.

Il fango sotto le suole delle scarpe era talmente tanto che camminare senza scivolare era impossibile e sono rimasto per dieci minuti appoggiato a un albero cercando di capire cosa fare poi, aggrappandomi a tutte le poche risorse fisiche rimaste (e al benedetto ramo di un albero) sono riuscito a dare quei tre passi che mi hanno permesso di andare avanti, seppur con fatica, e non scivolare a valle. Anche la discesa, che finisce dove il sentiero incrocia la forestale, non è stata semplice da superare ma una volta arrivato in fondo tutto è andato meglio.

Detto questo immagino che il sentiero in condizioni di bel tempo e soprattutto senza nebbia, sia bellissimo e percorrerlo sia una faticosa gioia.

Il piccolo borgo di Montagna
Il piccolo borgo di Montagna

Si prosegue su un agile sentiero che conduce fino alla cima di Monte Verde e da lì si scende fino a congiungersi con un’altra forestale che fa parte del Sentiero G.E.A. (Grande Escursione Appenninica) e che poco dopo attraversa un ampio pianoro prima di immergersi nuovamente nel bosco. Si prosegue in costante saliscendi passando davanti al Rifugio “Pian della Capanna” poi si prosegue per circa quattro chilometri fino ad arrivare al piccolo borgo di Montagna.

È un ottimo posto dove fare la sosta per il pranzo e riposarsi un po’ su una panchina ma non troppo perché alla fine della tappa mancano ancora 10 dei 25 chilometri complessivi.

Infangato al borgo di Montagna
Infangato al borgo di Montagna

Dopo un piccolo strappetto si prosegue in piano in un ambiente che mescola bosco e strane conformazioni argillose. Siamo sull’Alpe della Luna, un vasto gruppo montuoso dell’Appennino Settentrionale che si estende in tre regioni, Toscana, Umbria e Marche ed essendo una riserva naturale, ospita una ricchissima varietà di piante e una fauna variegata.

Le finestre che si aprono sul panorama circostante sono superlative, catturano lo sguardo e fanno ben capire quanto San Francesco amasse questi luoghi e passasse molto tempo in contemplazione di una natura così ricca e rigogliosa.

Il sentiero è comodo e dopo un po’ s’immette in una strada asfaltata che conduce dritta dritta al bellissimo Eremo di Montecasale.

Costruito dai Camaldolesi nel 1192 come santuario e ospitale per i pellegrini, fu donato a San Francesco nel 1213.

È un luogo di grande pace e armonia, in grado di farmi dimenticare le vicissitudini mattutine e soprattutto il fango.

L'eremo di Montecasale
L’eremo di Montecasale

È per questo motivo, e per il suggerimento di un uomo a cavallo che passava di là, che non ho affrontato la discesa verso il Sasso Spicco, strana conformazione rocciosa dove pare che il Santo gareggiasse con gli usignoli nel cantare le lodi a Dio. Il sentiero che scende verso questo luogo è scosceso e, in caso di piogge abbondanti, impraticabile.

Ho quindi preso la strada asfaltata che scende ad ampie curve verso il fondovalle e in circa un’ora sono arrivato a Sansepolcro, completamente infangato ma felice.

Il borgo è veramente bello e se non siete troppo stanchi, trovate il tempo di fare un giro per le strade del suo centro storico, percorrere le sue mura e osservare da fuori la Fortezza Medicea con i suoi quattro puntoni, bastioni difensivi a forma di cuore opera del Sangallo, architetto e ingegnere militare fiorentino.

Il centro di Sansepolcro
Il centro di Sansepolcro

Quarta tappa: da Sansepolcro a Citerna

La quarta tappa è forse la più dura di tutto il Cammino, 33 chilometri abbondanti ricchi di salite e discese, e attraversa il confine fra Toscana e Umbria poco prima del magnifico borgo di Citerna. In questo articolo troverete quindi la prima metà della tappa, 12 chilometri.

Lasciato alle spalle Sansepolcro, si passa sotto la superstrada per poi aggirare un’ampia zona industriale. Dopo tre giorni passati in una natura quasi incontaminata trovarsi davanti a dei capannoni di cemento è quantomeno straniante.

Dura poco, circa un chilometro e mezzo, poi si comincia a camminare nella campagna della Val Tiberina. Dopo aver attraversato il borgo di Gricignano, i campi si riempiono di piante strane dalle grandi foglie; è tabacco, coltivazioni ampie e continue, belle da vedere ma che nascondono una realtà triste.

Il tabacco è una delle piante che più necessitano di pesticidi, subiscono un vero e proprio bombardamento chimico che da un lato le fa crescere rigogliose e dall’altro avvelena la terra e le falde acquifere.

Nel corso degli ultimi vent’anni i casi di decessi per tumore sono aumentati esponenzialmente e molte persone decidono di trovare luoghi più salubri dove vivere e abbandonano questa parte della valle.

Come dico spesso, camminare è testimonianza, nel bene e soprattutto nel male. Questa è l’Italia che non vedi, quella delle multinazionali spietate e dei loro sporchi traffici.

Le piantagioni di tabacco
Le piantagioni di tabacco

Poco prima di raggiungere il piccolo paese di Fighille si varca il confine regionale e si entra ufficialmente in terra umbra e dopo poco più di due chilometri, raggiunto l’altro lato della valle, si affronta la salita che porta a Citerna, uno dei borghi più belli d’Italia.

L’ascesa è breve ma intensa, percorre il crinale e in poco tempo raggiunge la bella piazzetta che affaccia sulla vallata sottostante, un panorama in grado di togliere il fiato più della fatica.

Il borgo è piccolo e nonostante il terremoto del 1917 e i danni provocati dalla Seconda Guerra Mondiale, conserva quasi intatti i suoi monumenti storici e il suo fascino.

La tappa è solo a un terzo del suo chilometraggio per cui concedersi una sosta qui è non solo esteticamente gratificante ma soprattutto utile per riposarsi prima dei passi a venire e che vi racconterò nel prossimo articolo.

 Il panorama sulla Val Tiberina da Citerna
Il panorama sulla Val Tiberina da Citerna

Tutte le foto che vedi in questo articolo sono di Andrea Vismara: se vuoi utilizzarle, ricordati di menzionarlo e taggare managaia.eco. Grazie!

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