La Via Postumia: da Voghera a Genova

da | Giu 4, 2024 | Speciale: Cammini, turismo sostenibile, viaggiare green | 0 commenti

Le ultime cinque tappe di questo splendido Cammino sono le più dure ma probabilmente anche le più belle. La cornice in cui ci si muove è quella dell’Appennino Ligure cui si arriva dopo aver attraversato una fetta di Piemonte ricchissima di storia e di borghi nascosti. Le salite sono molte e impegnative ma il paesaggio è di quelli che ripagano ogni sforzo compiuto.

Genova si avvicina sempre di più e con lei la fine dell’avventura ma cinque giorni sono ancora tanti per viverla a pieno.

La trentatreesima tappa: da Voghera a Tortona

I primi nove chilometri dei 25 complessivi di questa tappa sono un lungo drittone che segue fedelmente la Via per Casalnoceto; si tratta di una piccola strada di campagna a traffico zero che conduce all’omonimo paesino.

Il santuario della Fogliata
Il santuario della Fogliata

Da qui si sale per qualche minuto fino ad arrivare alla cima di una collina dove sorge il Santuario della Fogliata, una piccola chiesa che affaccia sulla vallata costellata dai vigneti. Era una piccola cappella in rovina che fu restaurata e riportata al vecchio splendore da Don Orione nel 1907, a seguito di una promessa fatta alla Madonna. È un luogo molto affascinante e merita una piccola sosta, se non altro per ammirare il bel paesaggio che si gode da lassù.

 Arrivando al borgo di Volpedo
Arrivando al borgo di Volpedo

Si riparte in discesa e dopo due chilometri appena si giunge al piccolo borgo di Volpedo che ha dato i natali e ha raccolto buona parte della breve vita di Giuseppe Pellizza, pittore divisionista morto suicida a soli trentanove anni nel suo studio.

Il suo quadro più famoso è sicuramente Il Quarto Stato, rappresentazione ideale del mondo dei lavoratori; è un dipinto con una lunga storia alle spalle, fatta di dieci anni di duro lavoro, di numerosi bozzetti e studi e anche della diffusa indifferenza con cui fu accolto alla sua prima esposizione, durante la Quadriennale di Torino del 1902.

Il vero successo il quadro se l’è costruito negli anni, soprattutto grazie alla tematica sociale che così bene incarna, ed è diventata un’icona del mondo legato al lavoro e alle sue lotte. 

Sulla pavimentazione della piccola piazza dedicata al dipinto, ci sono dei piccoli quadrati grigi che interrompono l’armonia del pavé; sono i segnaposti per i personaggi del quadro che era tutta gente del luogo: la moglie, il falegname, il cestaio e altra gente comune. Sul muro di una casa che affaccia su quest’angolo di storia dell’arte, c’è anche una bella meridiana che segna l’ora del Quarto Stato e c’è anche, come in tutto il paese, un cavalletto da pittore con sopra una riproduzione del quadro. 

Il borgo è veramente bello e si può fare una sosta per integrare la colazione in un baretto della piazza centrale.

 La meridiana del Quarto Stato
La meridiana del Quarto Stato

Quando si riparte, si fa in salita, una di quelle che non fa sconti a nessuno; va su diritta e impietosa fino al bel paesino di Monleale, dove la pendenza spiana e si continua a camminare tranquillamente seguendo una strada deserta che accompagna il dolce saliscendi dei crinali; porta fino a un mini borgo fantasma che risponde al nome di Magostino, e poi dritti fino a Berzano di Tortona dove c’è una delle accoglienze della Via; è notevole e i gestori sono veramente ospitali, anche con chi si ferma solo per riempire la borraccia e mettere un timbro sulla credenziale.

Si prosegue in discesa verso la provinciale che si attraversa in località Baracca poi si ricomincia a salire e si giunge a Sarezzano, un altro dei piccoli borghi che popolano queste colline dove il forno locale prepara una suntuosa focaccia alle cipolle cui resistere è praticamente impossibile. La pausa pranzo si può fare qui approfittando anche dell’ombra fornita dai grossi ombrelloni del bar.

Non manca molto al traguardo e dopo una discesa attraverso i campi e i vigneti si affronta l’ultima salita del giorno, quella che porta al piccolo paese di Vhó. Da qui mancano circa tre chilometri alla meta e quando, finalmente, s’inizia a scendere verso Tortona, la strada fa qualche tornante e poi entra in città.

Tortona non offre molto ma ha una leggenda legata ai Templari e al Santo Graal (da prendere con le pinze) ma per questo vi rimando come al solito al web.

Panorama dei colli sopra Tortona
Panorama dei colli sopra Tortona

La trentaquattresima tappa: da Tortona a Stazzano

I 31 chilometri che dividono partenza e arrivo di questa tappa potrebbero spaventare un po’ ma fortunatamente i dislivelli sono ancora moderati; partire presto è importante soprattutto se il meteo è incerto.

Usciti da Tortona si cammina fra campi coltivati e solitarie stradine di campagna poi si affronta la prima salita per arrivare al borgo di Carbonara Scrivia che circonda un torrione, unica traccia di un castello che fu e che non è più. È l’unico luogo d’interesse di questo piccolo paese che si attraversa quindi velocemente per dirigersi verso Spineto Scrivia, ancora più minuto e silenzioso. È adagiato su un crinale e si affaccia sulla campagna circostante e sul fondovalle, dove scorre lo Scrivia, un fiume controtendenza: nasce nei monti sopra Genova e invece di raggiungere il mare scende verso il Po.

Panorama del borgo di Spineto Scrivia
Panorama del borgo di Spineto Scrivia

Abbandonato il borgo, si comincia a seguire una bellissima sterrata di campagna che taglia in due un grosso pianoro in costa, un paesaggio veramente affascinante in cui camminare. I cespugli fioriti sul lato sinistro della strada sono il regno indiscusso delle farfalle che, numerosissime, allietano il viandante con le loro evoluzioni.

 Il pianoro dopo Spineto Scrivia
Il pianoro dopo Spineto Scrivia

Dopo qualche chilometro si abbandona definitivamente la piana per affrontare la Via dei Boschi e la lunga salita che porta all’abitato di Giusulana. Piccolo e silenzioso, è un ottimo posto dove fare una sosta e rinfrancare un po’ corpo e spirito.

Il Sasso del tempo è la vera attrazione del luogo: consiste in una piccola targa metereologica con un sasso appeso davanti che, a seconda dell’ombra e del movimento indica le previsioni meteo grazie a brevi frasi nel dialetto locale.

Da qui si scende rapidamente verso il fondovalle, dove s’incontra una cappella non proprio diroccata, ma quasi; è la chiesetta dei SS. Rocco e Sebastiano e, sotto il piccolo portico d’ingresso, un affresco che meriterebbe un restauro mostra san Rocco con il suo fedele cane stagliarsi su uno sfondo blu acceso.

La chiesetta dei SS. Rocco e Sebastiano
La chiesetta dei SS. Rocco e Sebastiano
L'affresco di San Rocco
L’affresco di San Rocco

Lasciata la chiesa alle spalle, si prosegue per un bel viale alberato che porta al paese di Cuquello; da qui una breve salita porta al borgo di Sardigliano dove una panchina all’ombra invita il viandante a riposare.

Mancano solo quattro chilometri alla fine della tappa e il primo è l’ultimo strappo in salita del giorno ma quando si arriva alla sommità del valico, la vista si allarga e si allunga seguendo le creste di colline boscose sempre più alte, quelle che saranno le montagne di domani, dopodomani e così via fino a Genova.

È una vista spettacolare, di quelle che nutrono il cuore e fa si che la discesa diventi veloce, la fatica si stemperi, e che la tappa raggiunga velocemente la sua conclusione.

La trentacinquesima tappa: da Stazzano a Bosio

Tappa breve questa, solo 19 chilometri ma ricchi di bellezza.

Stazzano e il bel borgo di Serravalle Scrivia, sono divisi solo dal fiume e dal ponte che lo attraversa ma il secondo ha decisamente una marcia in più. Appoggiato ai piedi di una collina ricoperta di alberi, le sue case colorate emanano fascino, soprattutto se illuminate dalle prime luci taglienti del giorno.

Panorama di Serravalle Scrivia
Panorama di Serravalle Scrivia

Si abbandona subito il paese per poi salire il primo dislivello della giornata, niente di esagerato, cento metri di asfalto ripido che portano all’affascinante chiesetta di Montei.

La chiesetta di Montei
La chiesetta di Montei

Abbiamo già percorso cinque chilometri e dopo pochi metri su asfalto, inizia una bella sterrata impreziosita dalle tantissime piante di ginestra in fiore e camminare diventa un vero piacere, soprattutto per gli occhi. Tutt’attorno, le vigne si inseguono e la stradina, metro dopo metro, inizia a restringersi trasformandosi in un sentiero che abbandona i vigneti per addentrarsi in un fitto bosco. 

Sono quattro lunghi chilometri che regalano bellissimi paesaggi tetri a chi lo attraversa, poi il sentiero torna a riallargarsi, diventa nuovamente sterrata e poco dopo si reimmette in una piccola strada asfaltata che si segue fino all’ingresso nel borgo di Gavi. 

Nato come presidio romano a protezione della Via Postumia, nel corso dei secoli è stato conteso da Goti, Ungari e Saraceni. La sua posizione strategica ha sempre fatto gola a tutti soprattutto ai genovesi che se ne impossessarono e ci costruirono il castello che tuttora domina il borgo. Pur essendo in provincia di Alessandria dal 1859, il cuore è rimasto ligure a tutti gli effetti. A testimonianza di questo, camminando nei vicoli del borgo e ascoltando le voci della gente sembra di attraversare i Caruggi ed entrando nei forni si trova la tipica focaccia genovese. Il vero fiore all’occhiello di queste parti è però il Cortese, vino prelibato conosciuto semplicemente come Gavi.

Il forte di Gavi con sotto il paese
Il forte di Gavi con sotto il paese

Si riparte attraversando un ponte da cui si gode un bel panorama sul borgo e sul forte e si torna a salire ma si fa dolcemente. Il panorama si spalanca su scenari incredibili, con veri e propri anfiteatri di vigneti e, in lontananza, le cime dei monti che si affronteranno nei due giorni successivi.

Si attraversano velocemente le frazioni di Zerbetta e Cadimassa, poi appare Bosio e per raggiungerlo mancano solo due chilometri ma l’ultima salita, quella che conduce direttamente in paese, seppur brevissima, spacca le gambe.

In questo piccolo borgo, il 7 aprile del 1944, ebbe luogo l’eccidio della Benedicta, una delle più sanguinose stragi nazifasciste in cui morirono quasi 200 partigiani e altri furono deportati. Ricordare è importante, sempre.

L’accoglienza di Bosio è una di quelle che rimangono nel cuore: il B&B “Cà Du Lilan” è un nido prezioso grazie alla signora Paola che lo gestisce e che fa di tutto per coccolare l’ospite, soprattutto se è un viandante stanco che ha bisogno di pace e tranquillità.

Una stradina di Bosio
Una stradina di Bosio

La trentaseiesima tappa: da Bosio a La Sereta

Questa è la tappa più dura dell’intera Via Postumia, 23 chilometri fatti di dislivelli importanti e reiterati; non bisogna affrontarla con leggerezza e soprattutto bisogna portarsi cibo per ricaricare le batterie.

Si scende da Bosio verso il fondovalle, si attraversa un torrente in secca e poi, fatti pochi passi, si affronta la prima salita che va su senza mezzi termini, ripida e crudele ed è costellata di sassi, una specie di pietraia dove camminare è fastidioso, almeno per me.

CI si addentra in un bosco fitto e silenzioso con il sentiero che ogni tanto spiana per pochi metri per poi ricominciare a salire impietoso. Lo strappo finale è il più duro ma la vista che infine si apre davanti agli occhi è sublime, in assoluto il paesaggio più spettacolare visto fino a ora, uno di quelli che merita una visione lunga.

Il meraviglioso panorama dopo la salita da Bosio
Il meraviglioso panorama dopo la salita da Bosio

Inizia quindi la lunga discesa nel bosco su un sentiero sassoso che dopo un paio di chilometri incrocia una strada asfaltata, seguendo la quale si raggiunge il fondovalle e il bel borgo di Voltaggio, vera perla dell’Appennino ligure. È un paese ricchissimo di storia, rimasto immune al passare degli anni grazie alla sua posizione nascosta e alla cura che è stata riservata a case e monumenti.

Anche qui si parla genovese e il borgo è comune onorario della sua provincia pur essendo ancora in Piemonte.

Vale la pena prendersi un po’ di tempo per camminare fra i suoi vicoli, visitare la chiesa parrocchiale dell’Assunta e, a buon bisogno, mangiare un paio di pezzi di focaccia con le cipolle.

L’ultima perla prima di riprendere il Cammino è il ponte romanico sul torrente Lemme, poi si ricomincia a salire e non si smette per un bel po’.

Panorama di Voltaggio
Panorama di Voltaggio
Il ponte romanico di Voltaggio
Il ponte romanico di Voltaggio

Il sentiero s’inerpica gradualmente su una stradina che costeggia un piano erboso e che improvvisamente finisce trasformandosi in sterrata. I cinque chilometri successivi sono tosti: si sale senza soluzione di continuità in un ambiente brullo con pochi alberi. I paesaggi che si aprono sulla sinistra, seppur belli, stavolta non riescono ad alleviare la stanchezza; sembra che non si arrivi mai, che la salita debba durare tutta la vita e invece a un certo punto il percorso spiana appena e poi comincia a scendere e lo fa per due chilometri, ricongiungendosi alla strada e raggiungendo le frazioni di Chiappa e Castagnola.

Fermarsi per una sosta in questo spicchio d’umanità diventa necessario ma non bisogna abbassare la guardia: alla fine della tappa mancano ancora 7 chilometri e le energie potrebbero essere al lumicino.

Si scende verso la provinciale per circa 4 chilometri poi si ricomincia a salire, più lievemente stavolta ma quando anche gli ultimi 3 chilometri sono percorsi e ci si trova davanti all’agriturismo “La Sereta”, viene voglia di darsi una pacca sulla spalla da soli per l’ottimo lavoro compiuto.

Il tramonto visto da La Sereta
Il tramonto visto da La Sereta

Quest’accoglienza, isolata fra i monti, è proprio ciò di cui si ha bisogno; Roberto e Barbara, i gestori di questo luogo spartano ma accogliente, sono le persone giuste per accogliere chi ha percorso tanti chilometri e ha bisogno di conforto.

La camera ha un sapore di antico, con i letti e le altre suppellettili rigorosamente in legno scuro e la cena va ben oltre il concetto di pasto serale, e non solo per la qualità del cibo e del vino analcolico di sambuco fatto in casa (per non parlare dello sciroppo di rose) ma soprattutto per l’amabilità dei miei ospiti e per le chiacchiere protratte fino a tarda sera. Un’accoglienza straordinaria, un posto dove tornare.

La trentasettesima tappa: da La Sereta a Pontedecimo

La penultima tappa della Via Postumia inizia in salita; bisogna raggiungere il Passo della Bocchetta, primo traguardo della giornata. Dopo una buona prima colazione alla Sereta, ogni ostacolo sembra facilmente superabile così, quando la strada che poi diventa sterrata inizia a impennarsi per poi immergersi in leggero saliscendi nel bosco, la fatica nemmeno si sente. Quando sono passato io, in prossimità di Fracconaldo, mi sono dovuto confrontare con i terribili lavori per la costruzione di un oleodotto e di un nuovo passante alta velocità per treni merci con destinazione Alessandria. Un enorme caterpillar stava sradicando, in nome di un presunto progresso, dei bellissimi alberi che vivevano qui la loro esistenza da anni, immobili nel loro habitat naturale.

Queste sono cose che non riesco proprio a digerire, che mi fanno male come se qualcuno stesse tagliando la mia carne in lunghe strisce sanguinolente.

Piangere per la natura violentata e offesa è una cosa che a molti potrà sembrare esagerata ma a me viene spontanea; la montagna soffre, la montagna piange ed io con lei e non ci posso fare nulla: da lì veniamo e quello dovremmo proteggere anziché devastare, non ci sono ragioni valide perché qualsiasi sia lo scopo, passa in secondo piano. Improvvisamente ho pensato alla Val di Susa, al cantiere di Chiomonte cui sono passato davanti durante la Via Francigena e in quel momento ho sentito salire dentro me rabbia mista a impotenza: la sola cosa che potevo fare era girare le spalle, prendere il sentiero E1 che salendo fino al Passo della Bocchetta si gemella con la Via Postumia e a malincuore lasciarmi tutto dietro (e mi perdonerete lo sfogo).

Salendo verso il passo della Bocchetta
Salendo verso il passo della Bocchetta

Arrivati in prossimità del passo, improvvisamente il bosco finisce lasciando spazio alla vista della vallata che corre giù fino al mare; è un vero toccasana, soprattutto dopo il caos emotivo. Ancora poche decine di metri e si arriva nella piazzola belvedere del passo; ci sono dei tavolini di legno e delle panchine di pietra, e fare una sosta è imprescindibile.

Il passo ospita una piccola costruzione, forse una vecchia cappella che ora funge da riparo, e c’è una stele che ricorda Fausto Coppi e con lui tanti altri bravi campioni che su queste salite si sono sfidati correndo il Giro dell’Appennino.

Al passo della Bocchetta
Al passo della Bocchetta
Il monumento a Fausto Coppi
Il monumento a Fausto Coppi

La discesa fino a Pietralavezzara attraversa il confine fra Piemonte e Liguria ed è su asfalto; di macchine se ne vedono veramente poche ma in compenso potrete vedere numerosi ciclisti che salgono o scendono la via per il passo seguendo le orme dei grandi del ciclismo.

Da lì si percorre un sentierino, insidioso se ricoperto dalla fitta vegetazione, che porta a Isoverde e da lì, si prosegue su strada fino a Campomorone in un tratto che regala begli scorci del paesaggio circostante.          

Arrivati in paese la sosta presso il locale forno è obbligatoria: mangiare un pezzo di focaccia di Recco, una delle tante delizie liguri è il miglior modo per reintegrare le energie spese fra salita e discesa e anche per addolcire il tratto di strada che si ha davanti. 

Arrivare a Pontedecimo vuol dire fare otto chilometri brutti, trafficati e puzzolenti, passando per viadotti, costeggiando una discarica e varie aree industriali e passando vicino alla caserma di Bolzaneto che fu teatro di violenze e torture inaudite nei confronti dei manifestanti contro il G8 nel luglio del 2001: anche per questo forse è il punto più brutto di tutta la Via Postumia.

Il paese non offre nulla d’interessante, è solo un punto sosta, il luogo dove fermarsi prima dell’ultima tappa.

La trentottesima e ultima tappa: da Pontedecimo a Genova

Quindici chilometri dividono Pontedecimo dalla Superba, poca cosa direte voi ma la strada che divide partenza e arrivo è dura e non solo per il dislivello.

Lo zaino è pronto dalla sera prima come spesso accade nell’ultima tappa di un Cammino, la colazione è veloce e l’inizio repentino.

Forse l’ho già detto in altri articoli ma l’ultima tappa ha un sapore strano, frenesia mista a straniamento, desiderio e repulsione: da un lato si vuole raggiungere il traguardo e dall’altro si vorrebbe procrastinarlo. È con questo spirito che si muovono i primi passi del trentasettesimo giorno.

La strada va su senza pietà, fin dall’inizio; in alto si vede la silhouette di uno dei forti militari che sovrastano Genova stagliarsi contro una quinta di luce creata dal sole che sta scavalcando i monti a est.

La salita verso il primo crinale
La salita verso il primo crinale

Il primo sentiero taglia un pezzo di asfalto e sale ripido su gradini sconnessi e semi coperti dalla vegetazione fino a uscire nuovamente sulla strada; l’asfalto è disabitato complice l’ora ma la fatica si fa già sentire ed è necessaria una piccola sosta.

Il forte è più vicino ma neanche tanto e mi ricorda, per un attimo, la torre di Radicofani sulla Via Francigena, il suo essere, sempre, così lontana e inafferrabile.

Si riparte in salita e dopo poche centinaia di metri si raggiunge la piccola chiesa di Santo Stefano in Geminiano. Nata come cappella sepolcrale della famiglia Fregoso nel X secolo, divenne chiesa a favore dei fedeli della zona. Trovarla aperta all’ora in cui si mettono in marcia i pellegrini, è veramente difficile ma meriterebbe una visita. Da qui un nuovo sentiero scende un po’ per poi risalire; al mio passaggio era impervio come la Foresta Amazzonica e nel caso lo fosse, potete sempre continuare via strada.     

Si esce nuovamente su asfalto nei pressi di un incrocio e, percorsi pochi metri di asfalto, si affronta un nuovo sentiero che sale rapidamente sulla sinistra, scalando l’ultimo muro di bosco.

Quando la vegetazione si apre la prima volta, il panorama che ci trova davanti travolge il cuore del viandante; il centro di Genova ancora non si vede perché è nascosto dal secondo muro di bosco, ma alla destra si vede il mare e le montagne tutto intorno. Il vento soffia imperioso mentre il sole e il vento carezzano la pelle. Si ha la netta sensazione di essere qualcosa di piccolissimo, preda assoluta di Madre Natura e dei suoi elementi, una sensazione bellissima.

A sinistra, in alto, c’è Forte Fratello Minore ma non si deve raggiungere, la meta è un’altra. Si riparte in quota per aggirare l’anfiteatro naturale in cui ci si trova e quando si arriva in cima all’ultimo crinale, finalmente Genova appare, dapprima nascosta fra gli alberi poi, quando si raggiunge la cresta, in tutta la sua magnificenza: è lì, adagiata pigramente sul mare da un lato e dall’altro aggrappata con forza alle montagne, con la sua storia, le sue voci e i suoi affascinanti Caruggi.

Succede che si rimanga sopraffatti dalla bellezza e dall’emozione osservando un panorama, succede di sentire le lacrime affacciarsi sul limitar degli occhi e di doversi aggrappare a qualcosa che ci sostenga, una roccia su cui sedersi per trovare stabilità.

La fine è ancora lontana, almeno altre due ore di Cammino tutte in discesa, ma è qui che tutto trova la sua chiusura, il suo climax.

Restare seduti sulla roccia ad ammirare il paesaggio, a contemplare uno scenario sognato per trentasette lunghi giorni è forse il momento migliore di tutta l’avventura ma bisogna ripartire e scendere dal crinale.

 Forte Puin
Forte Puin
Il crinale e Forte Begato
Il crinale e Forte Begato

Le roccaforti militari seguono la dorsale e Forte Puin è il primo che s’incontra, iniziando la lunga discesa, poi viene Forte Sperone che si cela abilmente fra gli alberi e infine Forte Begato, dove la strada comincia a scendere ripida verso la Superba. Non ci vuole molto ad arrivare giù e si passa per alcune stradine ripidissime che mirano dritte al mare: entrare in una grande città a volte può essere una meravigliosa esperienza.

Quando si arriva al porto, è inevitabile rimanere preda del fascino di questa città; una lunga serie di vicoli portano il viandante verso il chilometro zero della Via Postumia, Piazza San Giorgio, la fine di questo Cammino. Resta solo il tempo di affacciarsi all’ufficio turistico per mettere l’ultimo timbro sulla credenziale e complimentarsi con se stessi per un lavoro ben fatto.

La Via Postumia è finita ma la strada, che sia quella da percorrere a piedi o quella della vita, non finisce mai.

Scopri tutte le tappe della Via Postumia

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La Via Postumia: Friuli Venezia Giulia

La Via Postumia: da Latisana a Treviso

La Via Postumia: da Treviso a Brendola

La Via Postumia: da Brendola a Monzambano

La Via Postumia: da Monzambano a Cremona

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Tutte le foto che vedi in questo articolo sono di Andrea Vismara: se vuoi utilizzarle, ricordati di menzionarlo e taggare managaia.eco. Grazie!

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