L’unico agnello buono è quello di pasta di mandorle

da | Mar 20, 2024 | alimentazione, Speciale: Pasqua sostenibile, vivere green | 0 commenti

Qualche anno fa, ricordo, era diventata virale la pagina Agnelli di pasta di mandorle brutti – dolce antologia di ovini ricreati con pasta di mandorle o marzapane, l’uno più storto, e meno presentabile, dell’altro. Ecco, per questa Pasqua vorrei che solo questi agnelli venissero portati sulle tavole. Per favore, mettiamo fine a una tradizione stantia e stanca, nonché un po’ macabra: non penso serva essere animalisti convinti o aver promesso il cuore alla causa della liberazione animale per vedere che consumare un cucciolo con la scusa d’una festa tradizionale è una pratica quantomeno un po’ storta. Per dirlo altrimenti: l’unico agnello buono, in tavola, è quello brutto (e di pasta di mandorle).

Il senso della tradizione

Diceva il filosofo Bertrand Russell, noto per il suo umorismo critico, caustico e un po’ british che nel pensiero umano vi sono due tipi di opinioni. Da un lato quelle rette dalla tradizione, dall’altro quelle con una qualche probabilità d’essere giuste. Ecco, il rituale agnello pasquale per me sta tutto dalla prima parte. Non lo dico io, naturalmente, lo dice l’agnello stesso – che, ho idea, non ha alcuna voglia di venir macellato per una così futile ricorrenza. O no? Penso che potremmo fidarci, e che quel piccino tutto sommato sappia la sua.

I menù delle feste ci sembrano immutabili, difficili da scalfire e difficili a morire. Perché dietro di essi vi è una tradizione, una secolare storia – qui la storia del povero agnello e dei poveri agnelli, considerati primizia dalle civiltà pastorali arcaiche, vetero prima e neotestamentarie poi. L’agnello era probabilmente il bene più pregiato da sacrificare, e quindi perfetto (letterale!) capro espiatorio. Non lo vedi come si presta? Lo insegna anche la storia di Abramo e Isacco, quel brutto tiro giocato dal Signore al suo fedele sul monte. Lo ripete, poi, tutta un’iconografia che riconosce però nell’agnello proprio la figura dell’innocenza! Perciò, a maggior ragione, mi chiedo e vi chiedo: quale il senso, oggi, di celebrare a questo modo la Pasqua?

Tornando fra il serio e il faceto al tema del sacrificio, della vittima prescelta e della sua sostituzione (per un pelo) – non si potrebbe salvare l’agnello, come s’era salvato Isacco col capretto messo al suo posto? E portare in tavola, non so, una bella tagliata di seitan, un più semplice piatto di pasta, che non guasta mai? Oppure ancora, un agnello di pasta di mandorle – brutto, ça va sans dire.

Un mondo di alternative

Non serve avere una spiccata sensibilità da vegani per ritenere la pratica del mangiare l’agnello a Pasqua un po’ barbara. Alla tavola della mia famiglia, davanti a una simile idea, crollerebbe il capo spiaciuta anche mia mamma, che certo non è estremista del vegetale, né la mia anziana e quindi tradizionalista nonna – che non sposa certo nessuna lotta dura con la verdura.

Insomma l’agnello, vuoi il suo candore, vuoi l’età tenera, smuove già da solo coscienze. Tanto che già nel 2022 la richiesta di carne d’agnello aveva subito una diminuzione del 40%. È poi così facile trovarvi un sostituto…! Volendo rimanere fedeli alla linea, la tecnologia dietro ai surrogati della carne ha fatto passi da gigante negli ultimi anni e negli ultimi mesi; si può ormai trovare di tutto, dalla tagliata stampata in 3d ai gamberetti già panati, al sapore di salmone.

D’accordo, forse non tradizionalissimo – ma, direbbe Russell, probabilmente più giusto. Se penso del resto a un pranzo in famiglia o a un’occasione festiva, non vedo perché non riunirsi attorno a cibo maggiormente giusto sotto il profilo etico, in termini di impatto ambientale, di consumo del suolo e dell’acqua e così via, piuttosto che a un pezzo di carne che sa a ben vedere di stantio.

Perché vorrei che la festa fosse davvero tale

E poi, non doveva essere mica una festa? La mia Pasqua l’immagino iniziare con un crostone pieno d’hummus ai piselli condito con una spaghettata di agretti; continuare con dei tortelli ripieni, forse – sapevate che abbiamo anche la ricotta vegetale? –, e proseguire con uno wellington di barbabietola, o per i più raffinati di seitan.

E poi, soprattutto, a me della Pasqua piace l’uovo – per me fondente, così non scomodiamo il latte e il corpo di nessuno. Tema tra l’altro provvidenziale, quello dell’uovo pasquale, perché chiude una volta per tutti i dibattiti sul nome dei piatti della tradizione riadattati, o ripensati in chiave vegetale. Ma non la puoi chiamare carbonara se – mi si è detto fino allo sfinimento, ma il salame di cioccolato, scusatemi, non si chiama lo stesso col suo nome? I frutti di mare? Il latte di suocera – e soprattutto, l’uovo di Pasqua? Certo non ha albume né pulcino, grazie a Dio, ma nessuno ha mai storto un occhio. Io ne farei tesoro.

Tag: vegan

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